Quando mi sono vista porgere il mazzo di fiori, così grande, così colorato, sono tornata bambina. L'unica vera sorpresa della serata. Ho ringraziato prima la cameriera, che non sapeva da che parte posare tutti quegli steli, e poi ho fatto passare gli occhi sui miei, sorridendo. Ho sempre odiato le ricorrenze, come i compleanni e le feste comandate, per via delle cene ingessate che ci vedevano sederci allo stesso tavolo una o due volte l'anno per fingerci una famiglia; mio padre ci ha sempre tenuto molto e mia madre ha spesso e volentieri contribuito a rendere quel teatrino grottesco la prima di una tragedia. Non ho buoni ricordi dei pasti in pubblico con loro fino a tre, quattro anni fa, quando le cose tra i miei hanno iniziato a spiaggiarsi sulle rive della rassegnazione e del menefreghismo reciproco (è stato un bene). Il 24, il giorno del mio compleanno, abbiamo cenato insieme e per la prima volta in tutta la mia vita mi è sembrato migliore. Mai percepita la famiglia in noi tre, ci ho sempre visti come individui troppo diversi e lontani tra loro, ma quel giorno mi è parso che ci riunissimo straordinariamente in nome del rispetto di un rito, desiderosi di portarlo a termine il più dignitosamente possibile. Ovviamente ho riscontrato le due costanti di sempre: mia madre che faceva commenti che non c'entravano molto, che le regalavano la parte della sciocchina della situazione (come se una volta perso il copione della rabbia e della gelosia verso mio padre non riuscisse ad improvvisare decentemente) e mio padre che parlava di lui, di quello che aveva visto o fatto negli ultimi tempi (mesi, anni, chi può dirlo), senza dare una cornice, senza pronunciare dei nomi precisi, proprio perchè la sua vita poco ha a che fare con la nostra ed è di sicuro più facile donare qualche accenno per levarsi d'impiccio dall'imbarazzo e non suscitare domande moleste da parte di mia madre. L'altro progresso della serata è stato portato a casa dalla sottoscritta, che si è sforzata il più possibile di far continuare mio padre per far sì che non calasse il silenzio - anche se è successo lo stesso tre o quattro volte durante la cena - e si mettesse alla luce il fatto che al tavolo non c'erano argomenti da poter condividere o far interessare davvero tutti e tre. Ho fatto domande, commenti che potessero ravvivare la fiamma. La brace è sopravvissuta fino alla fine e nessuno si è fatto male.
Non ho parlato ad A. del mio ritorno a casa o sarei stata obbligata a vederlo: so che non ci vedremo molto nel prossimo mese per via dei miei esami, eppure non credo che incontrandoci cambierebbe qualcosa. Non mi manca e so che non è un buon segno. Proverò ad aspettare ancora. Non sono sicura di aver seminato con la convinzione di ricevere fiori da questo rapporto, non so nemmeno se in questo momento, considerate le mie ultime sensazioni, siano necessari; forse mi sto portando addosso il peso di un tronco e non di uno stelo. Proverò ad accendere un fuoco, quando inizierò a non soppportare più il freddo.
"No one can hear their sos
but could someone ever care less
of those two flowers grown in frozen grass?"
Sono estremamente legata a questa canzone dei Novembre. E' una delle mie preferite. Ha scandito il periodo più burrascoso con i miei discordini alimentari e la fase più intensa del mio amore con L. Mi fa sempre bene risentirla: assume di volta in volta significati diversi, più profondi.
"It's no wonder I've felt so tired:
I've witnessed the careless all running pass me,
while I've been told to ignore my desires
and grow numb with understanding."
E dopo essermi ricordata di queste cose, non posso tralasciare un altro gruppo che è stato la colonna sonora di molte delle mie giornate: i Woods of Ypres. Tralascio la rabbia delle loro prime canzoni con cui mi sono corroborata qualche anno fa e vi lascio una di quelle che io considero una perla.
Questi due gruppi hanno dato voce e suono al mio cuore per troppo tempo: non potrei mai stancarmi di ascoltarli.
E' sempre piacevole leggere di eventi piacevoli: si sa che bazzicando tra i blog di stampo "disturbi alimentari" (leggilo molto ma molto tra virgolette), non è mai facile. Quindi son contenta, dai. Spero che ti accadrà più spesso.
RispondiEliminaPer risponderti di rimando al tuo commento, anche scrivere di quello specifico argomento di cui ho trattato nel blog, mi dà fastidio perchè immagino me che ne parlo. Quindi, è come se dessi voce alla scrittura, e di conseguenza mi dà fastidio anche in quel caso, Non so se ho reso bene l'idea (ho sempre pensato di non essere capace di spiegare le cose). Faccia a faccia poi, figurati. Con il mio Dottor R., ogni volta è una battaglia: è lui che parla :)
Che cosa studi?
Ps: mi stupisco della tua curiosità di sapere qualcosa in più, quindi se vuoi puoi scrivermi una mail. Penso che sul mio profilo blogger sia visibile. Sennò puoi sempre lasciarmi la tua. A me fa piacere interagire anche al di fuori della piattaforma (sebbene sia sempre virtuale anche la mail).
Ti abbraccio,
Val.
Che belli i tuoi capelli. Una chiazza di rosso in questo blog a tinte scure - benvenuta. :)
RispondiEliminaIo sono filantropa e mediamente curiosa: tendo a fare domande, ma odio essere indiscreta e faccio di tutto per non esserlo; quindi, ti ringrazio per aver risposto alla domanda spinosa (sì, si è capito).
Mi ricordi vagamente lo scrittore/editor professionista che ho citato nel penultimo post e quindi non posso far altro che sposare l'approccio del Dottor R., a patto che parli per farti parlare.
Studio Medicina, ecco perchè, come ti ho scritto, amo il corpo e la sua dimensione.
Scrivo pubblicamente l'indirizzo e-mail, così che anche altre interessate, se mai ci fossero, possano fare lo stesso: solstafir24@gmail.com. Volendo, posso anche lasciare il contatto Skype, che da ultimo ho ripreso ad usare anche la sera.
A rileggerci.