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mercoledì 30 aprile 2014

Under the weather

Tornano le scadenze da rispettare, le sveglie ad orari discutibili, i "No" detti a malincuore. Gli esami si avvicinano ed è tempo di tirare le somme e di stilare programmi di studio, marce forzate tra le righe. Spero solo di non dover chiudere questa piccola finestra virtuale di me, che mi dava un po' di respiro.
Oggi la pioggia mi ha bagnata di un pianto disperato, arrivato tra capo e collo di una mattina di sole e di un pomeriggio ventoso.
Anche questa sera ho mangiato cibo in scatola, in piedi, guardandomi attorno; se lo facessi come una persona normale, seduta a tavola, insieme alla mia famiglia, mi sentirei sempre più a disagio di quanto non lo faccia in queste giornate. Non abito in una reggia, è un monolocale, ma amo questo piccolo mondo. Sta cominciando a mancarmi durante il giorno, durante gli spostamenti: l'anno scorso non accadeva quasi mai, ora invece è una sorta di nostalgia quotidiana.
Ho bisogno di tornare qui dentro, di stare un po' sola con me. Voglio sapere che c'è qualcosa di sicuro ad attendermi, di voluto, sia anche solo una monoporzione di piselli in un barattolo di latta. Ho voglia di sfamarmi quel poco, senza dovermi sentire in colpa. Non capisco perchè mi stia succedendo, forse è solo un voler bilanciare il prossimo periodo, dove avrà poco ancora meno tempo per godermi qualche ora senza nessuno attorno.
E' giusto che sia così?


In Memoria - Blaze of Sorrow

venerdì 18 aprile 2014

Fasi lunari

Ho lacrime da vendita all'ingrosso, da carta assorbente in un rotolo formato famiglia nella casa di un single. Quando me le asciugo ci lascio sopra tutti i buoni propositi di qualche minuti prima: il trucco ben fatto, il sorriso che mi si scioglie in faccia insieme al mascara. Mi lavo con l'acqua di un oceano che non sapevo di essere.
Proprio oggi che dovrei tornare a casa ho iniziato la giornata con una telefonata al vetriolo con mia madre. La sua voce stamattina mi aveva già fatto presagire che sarebbe successo qualcosa di simile: riconosco quel tono come il pescatore riconosce il libeccio. In questi casi, non esiste marea o satellite che possa salvarmi: so che le acque si alzeranno ed io dovrò resistere e tenermi a galla. A volte ci riesco, molte altre no.
Dovrei prendere il treno tra un'ora e non so con che forza mi trascinerò fuori casa, ma devo farlo. Lo faccio per vedere lei, che la sera prima mi dice di sentirsi sola e di non avere nessuno, per poi urlarmi il giorno dopo di non tornare; lo faccio anche per mio padre, che mi dice di tenere sempre il telefono acceso e di chiamarlo per poi parlarmi 25 secondi contati la sera, quando esce da lavoro.
Avrei voglia di rifiondarmi nel letto, dormire sul fondo di un oceano di niente, avvolta in qualche bel sogno. Vorrei una luna che scandisce dei ritmi certi e regolari nella mia vita. Mi dispiace dover mettere che l'unica luce che riesco ad immaginare in grado di darmi i ritmi costanti delle maree sono proprio io. Non penso ci sia nessun'altro che possa farmi da faro, in questo momento della mia vita. Sento l'urlo del mare in tempesta nella testa, l'infrangersi dei flutti tra i pensieri più spigolosi e mi dico che non è giusto che io possa diventare una naufraga per colpa di altri. Dovrei avere la forza di quel disco d'argento, per decidere da sola quando alzare la testa o farmi sommergere.


Elle ouvre sa danse hypnotique, et absorbe mon regard décoloré.

giovedì 17 aprile 2014

La paura di un fiore

Volevo un amico, ecco com'è iniziata. Il mio primo amore, L., quello storico, è stato prima di tutto un amico: ci siamo voluti davvero bene, affezionati alle insicurezze reciproche e coccolati dal nostro essere rifugi sicuri l'uno per l'altro. Ho messo io la parola fine: il suo trasferimento a fine liceo mi ha scoraggiata. Non credo nei sentimenti a distanza, specie quando si è molto giovani. Cosa dovrei ricordarmi di te, amore, se non potrò più viverti? Inutile dire che non la pensavamo allo stesso modo, ma ho preferito così. Ne serbo un bel ricordo, davvero. Nessun rancore, nessun pentimento. Solo la forza di un amore cresciuto e vissuto in piena clandestinità, lontano dagli occhi indiscreti di un mondo che feriva e ci faceva crescere male. 
Oggi, invece, dopo quasi 2 anni, dopo altri tre nomi che non hanno lasciato nulla, neanche una cicatrice, mi trovo a stringere la mano di A. e a chiedermi perchè non mi manchi come dovrebbe quando siamo lontani.
Mi piacerebbe avere per lui parole che non ho. Sento di essermi legata a lui, so di essere corrisposta, ma ci sono momenti in cui l'ombra del dubbio torna ad inficiare il mio sentire. Con lui, che era mio amico, ho accettato di portarmi verso un sentimento che in me non era ancora del tutto nato. 
Ho sempre trovato difficile accettare l'idea di abbassare la guardia, specie con un ragazzo. Necessito di tempo per stabilire dei vincoli affettivi con l'altro sesso, in cui, lo ammetto, non ripongo mai molta fiducia. Gli voglio bene, ma ho paura di aspettare ancora: dentro di me non è divampato un incendio, eppure la fiamma non si spegne. Non so quanto io debba ancora aspettare e soprattutto se debba farlo.
E' come vivere una giornata di sole, di quelle ventose, con la costante presenza delle nuvole sopra la testa: non sai mai se andranno via nel giro di ore o se dopo qualche minuto verrà la pioggia.
Vorrei trovare una primavera prepotente nel mio cuore, insieme al sogno di un'estate torrida, ma scovo sempre la brina anche laddove non dovrebbe esserci.
Quanto manca a questa fioritura?


mercoledì 16 aprile 2014

Soli di mezzanotte

Spero che a qualcuno di voi sia capitata una cosa simile. Solo chi è riuscito ad andare contro corrente fino alla meta può capire la soddisfazione che mi porto dentro da due giorni.
L'ho sempre visto seduto in ultima fila, in alto, isolato da tutti. Inizialmente anche io l'ho sfottuto, lo ammetto: silenzioso, schivo, fatta eccezione per quelle sue domande a volte fin troppo cavillose per sembrare importanti persino agli occhi dei professori.
La macchietta del corso, ecco. S.
Avrà parlato rare volte con due, tre ragazzi nel giro di due anni. Io invece sono stata la prima ragazza ad andargli a parlare, a cercarlo e stanarlo. Ho dovuto aspettare a lungo prima di avere un buon pretesto, ma non me ne pento.
Non fraintendetemi: non mi sento attratta da lui, non mi passa nemmeno per la testa considerando che ho già un ragazzo, ma sono sempre stata incuriosita dal suo comportamento che agli occhi di tutti sfiora la sociofobia; sono sempre rimasta fermamente convinta che valesse la pena parlarci. No, non è neppure la voglia di far la cosiddetta  "crocerossina", perchè, per quanto io ambisca a poter curare e salvare il corpo di qualcuno una volta laureata ed abilitata, non mi sognerei mai di stravolgerne l'indole: non voglio aiutarlo a diventare "come gli altri", nè mi aspetto che lui lo faccia. Mi interessa capire chi è l'unica persona che tutti conoscono ma che nessuno si ferma a guardare.
Così l'ho fatto. L'ho avvicinato mentre la classe era decimata per via di una pausa tra una lezione e l'altra, proprio perchè so che lo avrebbe (e mi avrebbe) infastidito essere osservati. Quando ho iniziato a parlargli, ho letto tra le sue labbra un sorriso di stupore trattenuto a fatica: non se lo aspettava. Ho chiesto, mi ha risposto, sono anche riuscita a farmi dare il suo indirizzo email e a fargli ritirare il mio. La sera stessa gli ho scritto e lui ha risposto: posso dire di avere avuto qui la prima conferma di un mio grande sentore, ovvero che gli venga più facile esprimersi per iscritto, magari se supportato da un display (visto che anche in università non se ne stacca mai). E' stato così disponibile da proporre anche una soluzione per un problema logistico interno alla classe. Insomma, la rivelazione che sospettavo. Oggi è addirittura sceso dalla sua ultima fila per venirmi a parlare, in un momento in cui non avevo nessuno intorno: nulla di trascendentale, in fondo si trattava di un'altra questione organizzativa per dei laboratori che dovremo fare.
E' da conoscere meglio. Spero di avere ancora occasione di parlargli.
Per quanto delle urla acute e delle percussioni mi abbiano sfondato i timpani fino a pochi minuti fa, vi lascio una canzone leggermente più ritmata e allegra rispetto alle precedenti: credo possa comunicare alla perfezione questo piccolo apostrofo di luce degli ultimi due giorni. Ai Sòlstafir devo l'ispirazione per il mio moniker: letteralmente, dovrebbe significare qualcosa come "Raggi crepuscolari".


I miti che sfatiamo nei momenti più scontati delle nostre giornate sanno di conquista e di vittoria.
Vi auguro che possiate presto compiacervi di qualche vostra piccola crociata personale e sentirvi più forti.



sabato 12 aprile 2014

I labirinti dei muti

Questo fine settimana resto qui, a casa mia. Mia madre dovrebbe venirmi a trovare a ore e ci siamo sentite per telefono poco fa. Come ogni volta, non ha potuto non ripetermi quella solita maledetta frase, l'unica frase che non mi sento mai dire da nessun'altro: "Beh, ma che fai, non dici nulla?".
Perché queste parole mi mandano in bestia? Perché sono inutili.
Io sono un'ottima ascoltatrice, ma non mi ritengo una persona incapace di comunicare: non ho difficoltà ad esprimere la mia opinione, specie se viene richiesta. Il punto è che quando mi trovo davanti a fiumi in piena di parole, racconti, lamentele, problemi, dubbi, preferisco non interrompere il loro corso. Non mi piace interrompere l'altro, dato che per prima non amo che venga fatto con me. Mia madre questa cosa non la capisce: io sono sempre stata abituata a farmi carico delle sue parole, anche a discapito delle mie. Quest'abitudine mi ha portato ad abituarmi a sacrificare le mie, che in certi casi non avrebbero alleggerito la conversazione, ma avrebbero trascinato a picco entrambe; ho imparato a non parlare dei miei veri problemi, a non vomitarle addosso il male che ho dentro in sostanza. Ascolto tutto quello che ha da dirmi, dal pettegolezzo allo sfogo d'esasperazione. Mi perdo nelle sue parole, cercando in me quelle più adatte per rispondere all'arrivo del silenzio, del mio turno. Solo che non capisce e spesso, troppo spesso, se oso interrompere, non vengo nemmeno considerata. A volte è difficile farsi ascoltare da lei, davvero molto difficile, tanto che per molte, moltissime cose, ci ho rinunciato: vaglio le informazioni in modo che arrivino il più blande e tollerabili possibili. Le rare occasioni in cui mi sono aperta sono state in particolari momenti di debolezza o di rabbia da parte mia, momenti in cui ormai i fatti a cui facevo riferimento erano cosa di ieri lontani. 
Quando mi fa notare come io non parli quando la sto semplicemente ascoltando, mi sento in debito con me stessa. Ho sbagliato io, probabilmente: non avrei dovuto affezionarmi alle bugie e alle mezze verità, tantomeno ai silenzi, eppure sono convinta che se avessi iniziato anche io a farmi sorda alle sue parole le cose non sarebbero andate meglio tra noi.
Così, lei chiede meno, io ascolto molto. Quando finisce di parlare ed io ho risposto, quando l'asse della conversazione si potrebbe spostare verso di me, lei chiude, anche per causa mia: io a quel punto ho già perso più la voglia di parlare di me, specie se si tratta di lamentarsi o di aprire la porta dei miei turbamenti, delle mie insoddisfazioni. Le farei del male, la avvilirei ancora di più e mi sentire in colpa.
Ci sono talmente tante frasi mai nate, tanti pensieri aggrovigliati in quei miei silenzi o nelle sillabe che libero per dare una buona risposta, che se dovessi ripercorre tutto dall'inizio alla fine, mi ci perderei. Sono in un labirinto, mettiamola così. So di potermi perdere ma non cerco nessun filo di Arianna. Non ne ho bisogno. 
Ecco perché ho aperto il blog: qui possono rintanarmi con le mie ombre e perdermi nel labirinto senza timore. 
Un'altra cosa che mi aiuta parecchio è camminare senza meta. Amo farlo lungo il fiume della città che da due annetti mi ha adottata, magari all'imbrunire, quando la luce carezza l'acqua in un modo tutto suo. Mi piace pensare di affidare a quello scorrere tutto quello che ha bisogno di essere liberato e magari non ha trovato ascolto. E' come se una parte di me viaggiasse verso una direzione sicura.


"Ce soir sans doute mon ame,
asservie, usèe par les bas chagrins,
sentira le besoin de fuir sa prison de chair."

Vi lascio una canzone che io definirei "romantica", nel senso letterario del termine. Questo spazio è un rifugio per riflettere: c'è bisogno di qualcosa di conciliante. Il blog è nato con un suono ben preciso e per ora voglio continuare sulla stessa frequenza. Non credo metterò mai qualcosa di eccessivo (considerati i mie gusti) visto che mi piacerebbe arrivare a chi mi legge, se non con le mie parole, almeno con la musica che scelgo.
Buon ascolto.





martedì 8 aprile 2014

L'Aprile di San Martino.

Il sole è rimasto a bussare alle finestre, le temperature si sono alzate piano piano, ma il freddo è tornato. I numeri sul calendario mi stanno trascinando verso un turbinio fatto di ritmi serrati, impegni da rispettare e buoni propositi che si vogliono fare sempre più concreti. Temo che i miei post si faranno più sporadici ora che sto iniziando a studiare più seriamente in vista della sessione estiva, per questo vi chiedo scusa in anticipo.
Il freddo, stavo dicendo. Mi è mancato. Lui, insieme ai suoi effetti fisiologici. Ora che posso capirli con maggiore cognizione di causa, li apprezzo ancora di più. Nonostante non abbia una resistenza ottimale, mi è sempre piaciuta come sensazione. E' qualche giorno che viaggio con un regime alimentare piuttosto povero, per questioni di tempo più che altro, e devo ammettere che questa sensazione mi è mancata: essere un microclima isolato dal resto del mondo, avere una temperatura diversa. 
Non voglio cadere nell'eccesso, anche perché ho già avuto modo di provare gli effetti pressoché catastrofici dei lunghi digiuni sul mio fisico - che è già fin troppo recettivo - però non posso negare che la morsa del freddo mi riporta a delle memorie a cui sono particolarmente legata, nel bene e nel male. Per la maggior parte, sono episodi risalenti al Novembre di quattro anni fa, quando ero innamorata di una persona diversa da quella a cui mi sono avvicinata nell'ultimo periodo, ma anche profondamente ossessionata dal cibo. Novembre è uno dei mesi che amo di più per le luci, i colori che solo il tardo autunno può regalarti; è l'ultimo mese d'autunno nell'emisfero boreale e l'ultimo di primavera in quello australe, lo strascico delle stagioni che prediligo in ogni parte del globo. Novembre è la mia poesia preferita della produzione di Pascoli. Novembre è il nome di uno dei gruppi metal cui sono maggiormente legata. Novembre è il mese in cui penso di aver amato di più in tutta la mia vita.
Proprio ora che sono spesso abbracciata dal sole e da un vento meno tagliente, mi viene da ripensare a come ero ostinata e cocciuta nel farmi male e nel rifugiarmi nel silenzio mentre fuori (e dentro) faceva freddo. E' un sentore che tuttavia mi è rimasto dentro, che non riesco a scacciare: quando sono sola, mi rendo conto di averne quasi nostalgia, anche se ho piena coscienza del fatto che dovrei augurarmi solo il disgelo e pregare per i primi boccioli, lontani dai fiocchi di neve e dal ghiaccio.
Allo stesso tempo si avvicina il "mio" mese, Maggio. So già che non sarà un mese tranquillo, come non lo è mai stato d'altro canto, per via delle continue incombenze che si concentrano in quelle ultime due settimane che mi hanno sempre vista incastrare lo scoccare di un nuovo anno tra un impegno e l'altro. Per fortuna, ci sarà anche stavolta qualche buona ragione per ricordarselo bene. Una di queste, ve la lascio qui sotto: è il primo brano in anteprima del prossimo album degli Agalloch.
Godetevelo.
Buona fioritura a tutte.