La vita universitaria mi ha regalato qualcosa che ho agognato per anni: il poter vivere da sola.
Lo stare lontano da casa mi ha permesso di mettere a fuoco molti di quegli aspetti del quotidiano che prima non conoscevo: è stato, per prima cosa, un avanzamento in termini di responsabilità, organizzazione e senso pratico; devo ammettere che tuttavia alcuni dei miei fantasmi, alcune delle mie debolezze che credevo di poter smussare con la lontananza, resistono ancora. Anzi, il venire meno della mia ossessione per il raggiungimento di una nuova forma di indipendenza ha fatto sì che io cambiassi la mia prospettiva sul mondo che avevo vissuto e su quello che stavo vivendo.
La mia realtà è uscita dalla sua cornice stretta, i soggetti hanno iniziato a vagare in uno scenario dove le mie certezze si facevano via via più deboli. Ho perso molto di quella me così radicale e salda nelle sue convinzioni, ho smarrito l'amore testardo che mi legava a quelle poche persone cui davvero tenevo. Perchè? Perchè ho avuto modo di guardare indietro, di scavare e dissotterrare quanto avevo rinnegato nel nome dei doveri, dei dogmi a cui mi ero aggrappata disperatamente nei momenti in cui avrei voluto ribellarmi o avrei dovuto mettermi in discussione. "E' giusto così" pensavo. Per anni mi sono ritrovata a combattere con un senso di insoddisfazione che mi dilaniava: il mio "dover essere" soffocava i miei desideri; vivendo nella casa di famiglia ero una me "in potenza", un prototipo della persona che sentivo di dover diventare.
Lontana da tutte le contingenze che ritenevo mi fossero d'ostacolo, ho riflettuto ed ho visto quelle conferme di cui una parte di me, nonostante la voglia di separarmi da quanto non mi rispecchiasse, temeva. Eppure, non è stato questo a regalarmi una nuova cicatrice. Ho sofferto nell'avvertire in me il venire meno anche di quelle convinzioni che non avrei mai osato mettere in discussione, malgrado tutto. Mi sono disinnamorata di idee e persone che erano state la ragione del mio andare avanti. E' stato orribile, all'inizio. Avere la consapevolezza di spegnersi, di perdere le coordinate di un viaggio sognato più e più volte nel passato, è a dir poco destabilizzante: ti snatura.
A distanza di quasi un anno e mezzo dall'inizio di questa mia metamorfosi, non posso dirmi pentita di aver abbandonato i miei vecchi tracciati. E' stato difficile capire di essere l'unica roccaforte della mia vita, ma è così. Sono rimasta solo io. E sono io quella verso cui dover far convergere tutte le linee di partenza e di arrivo. Ragionamenti del genere mi avrebbero fatto rabbrividire qualche anno fa, ma non riesco a ricredermi.
So di essere ancora troppo vaga, ma l'ampiezza del discorso comporterebbe un riassunto di vent'anni di vita. Col tempo, avrò modo di approfondire le mie ragioni e di analizzare a fondo la genesi di questa metamorfosi.
Spesso capita ancora che io risenta di questa mia cognizione, specie quando la vita mi cala in situazioni che mi fanno sentire più facilmente a disagio. E' proprio quando vacillo che sento il peso della mia disillusione stoica, di questa solitudine spirituale.
Ieri sera, ad esempio, è accaduto di nuovo.
Io e mia madre, ad un tavolo di un ristorante rumoroso, pieno di gente che rideva e cenava. Un confronto crudele, ai miei occhi: da una lato la convivialità, il cibo, che non ho mai vissuto con una famiglia unita e serena, ma nel disagio di una coppia infelice, o peggio, nella rabbia muta di una solitudine forzata dal digiuno o nella piena clandestinità di qualche attacco bulimico; dall'altra, l'unica persona che non mi ha mai abbandonato e a cui serbo un amore cieco, ma scalfito da tante delusioni, da troppe bugie e omissioni.
Mia madre è una di quelle schegge del passato che ho dovuto rivalutare con lo scotto del disincanto. Per quanto la ami, il mio riuscire ad osservarla per intero, con i suoi pregi ed i suoi difetti che ormai conosco a memoria, con i suoi meriti, ma soprattutto, con gli errori di cui a lungo non ho saputo nulla, mi lascia sempre combattuta. Le ho sempre nascosto molto di me, è vero, ma il fatto di sentirla irrimediabilmente diversa da quello che sono e da quella che ho sperato fosse per molto tempo mi turba.
Tutto questo non fa altro che addossarmi un senso di colpa, di vergogna, di mortificazione che mi fa sentire sporca, indegna. Mentre eravamo a tavola e stavamo cenando mi sono resa conto che questa mia inquietudine stava tornando a galla: mi muovevo spesso sulla sedia, cambiavo postura, tossivo nervosamente, tutte cose che non sono da me, che risulto agli occhi degli altri molto controllata; mia madre l'ha subito notato e mi ha chiesto se stessi bene. Ho mentito, ho detto che avevo freddo. Per mia fortuna è durato poco meno di un paio di minuti, non di più. Quando siamo rientrate a casa mia e l'ho abbracciata prima che se ne andasse mi sono sentita fortemente colpevole, come sempre.
Vorrei trovare un modo per compiere una vera espiazione, per liberarmi di questi sensi di colpa che non mi fanno convivere del tutto serenamente con la persona che sono diventata.
Mi auguro che lo scrivere possa aiutarmi come spero.