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sabato 26 luglio 2014

La credenza di Pandora

Ogni volta che torno e guardo quel mobiletto, verde, laccato, avverto una strana morsa alla bocca dello stomaco. Lì dentro trovi sempre troppo, di tutto, nonostante il numero di mani pronte ad aprirlo restino meno numerose di quanto un tale accumulo di cibo potrebbe lasciar pensare. I biscotti di mia madre, tanti, di tipi diversi, sempre mangiati di nascosto, quando mi allontanavo dalla cucina dopo cena; il pane e i dolciumi di mio padre, divorati a tavola col sottofondo distratto del telegiornale. Calorie, zuccheri e grassi per lenire il cuore ed edulcorare la frustrazione.
La stessa stanza, con le sue superfici riflettenti, chiare e scure, mi sembra un luogo troppo razionale e simmetrico per poter farsi scenario di qualcosa di spiacevole. Invece lo è stato. Il fondale per le liti migliori in famiglia, per i fallimenti più grandi durante i giorni di digiuno, per la nascita di tutti i problemi, è la cucina. Quanto l'ho odiata. Se ci passo davanti mi vedo ancora lì, al tavolo, tra due che se ne dicono di tutti colori, oppure davanti a quel maledetto sportellino verde a cercare qualcosa per mettere a tacere bocca e stomaco, altrimenti seduta sul termosifone ad addentare un limone con cui fare un dispetto alla lingua.
La casa dei miei genitori continua a darmi abbracci freddi, estranei, con tutta la sua luce bianca. La sola eccezione resta la mia cameretta, che non è molto diversa da quella del monolocale in cui mi sono trasferita da due anni a questa parte: finestra a ovest, sul lato corto, così che la luce arrivi sulla scrivania accanto; tre armadi bianchi, alti tutta la parete, ed un letto attaccato al muro per il lungo. L'unica cosa che le distingue, sostanzialmente, è il colore dominante: il rosso in quella della mia infanzia e adolescenza, il blu per quella della maturità; credo resti l'unica stanza che baratterei e porterei nella mia nuova tana, a dire il vero.
Il resto, lo confinerei tutto in quegli scomparti della resa e della sconfitta, con i sapori dolci ed i sensi di colpa annessi. Salderei tutto e chiuderei le voci, i rumori ed i mostri che si nascondono agli angoli della cucina. Salverei il mio mondo, liberandolo dalle briciole.


mercoledì 16 luglio 2014

L'inizio della strada

Quando mi sono spinta sotto il porticato, all'ombra, con i suoni del corso principale alle mie spalle, mi è sembrato di rintanarmi in un nascondiglio segreto. Non è il portone che ho sempre visto, è esattamente a fianco: una porticciola di legno, un po' datata. Ho suonato e sono salita. Una rampa di scale strette, i gradini leggermente asimmetrici, un'umidità che in questi giorni è quasi amica. 
Esercita nello stesso condominio dove abita. Lo studio è piccolino, un'atmosfera quasi naive. Mi ha fatta sedere alla scrivania, sorridendomi; ci siamo sedute l'una di fronte all'altra, occhi negli occhi, cosa che mi ha fatto subito tornare alla mente il primo studio in cui ero entrata, poco più di un anno fa: in quell'occasione c'erano due poltroncine che guardavano entrambe verso la finestra, perciò era più facile fuggire gli sguardi. Ha anche lei gli occhi azzurri, come la prima psicologa cui mi rivolsi. Biondina, un'aria rilassata, abbigliamento informale. Mi aveva accolta a casa sua, si vedeva. Qualche parola di circostanza, poi, carta e penna davanti a sè, mi ha fatta iniziare. 
E' andata meglio di quanto mi aspettassi, l'ho avvertita complice: commentava, mi chiedeva spiegazioni costantemente. Ho prima spiegato le ragioni che mi hanno portata a scegliere di tornare alle sedute, quelle dell'ultimo periodo, poi, col suo aiuto, ho aggiunto i tasselli principali al mosaico della mia vita. La malattia, la famiglia, i problemi col cibo, le sensazioni che ho dentro. Nonostante prendesse nota, non mi ha mai lasciata parlare a vuoto; il mio occhio di tanto in tanto tornava al suo foglio ed è stato così che ho notato come il termine controllo si sia meritato una freccia e uno spazio tutto suo. Penso di averle fornito gli elementi sufficienti per costruire una prima impalcatura della mia persona, anche se ovviamente non ho fatto in tempo a dirle tutto.
Prima di congedarmi ha voluto consultare davanti a me un volume di psicosomatica: è arrivata alla leucemia ed ha letto ad alta voce. Allora, per la prima volta, è sceso il silenzio. Ho incassato le spalle un attimo, ho fatto cenno di scusarmi portando una mano alla bocca ed ho chiuso gli occhi. Mi ha dato una stilettata, con tre parole perse in una lunga frase: scoraggiamento, lotta e ingiustizia.
In quel momento ho capito il perchè dei fazzoletti di carta così vicini al mio lato della scrivania.

Lunedì ci torno.


lunedì 14 luglio 2014

(Tre libri)^2

Fine giornata, fine dei giochi. Mi raddrizzo e appoggio la schiena alla sedia, poi asservo il campo minato davanti a me.
Ce ne sono nove sul tavolo, nove tra volumi spaccaschiena e libercoli. Due terzi per il dovere ed il lasciapassare per un periodo di pausa dallo studio, un terzo per la salvezza.
Pochi giorni fa ho ricevuto i libri di un'autrice che seguo da qualche annetto: Elena Mearini. Avere le sue parole così vibranti e vive accanto alle nozioni di cui mi imbottisco mi fa sembrare la mia scrivania meno piccola e insulsa; ho riletto tutte le sue poesie su carta, finalmente, ed ho anche avuto modo di affondare gli occhi tra le righe del suo secondo romanzo. Se solo fossero commestibili, mangerei quelle pagine: vorrei farle mie nel profondo, tenermele dentro e investirle, consumarle a lungo termine. Devo andare a rivederle spesso, in modo particolare in questi giorni.
Sopra la prima raccolta di poesie di Elena ho posato una risma di fogli che si ribellano alla rilegatura: sono altre poesie, ma stavolta clandestine, mai pubblicate. Mi sono state consigliate dall'editor e scrittore incrociato per caso in rete: l'ultimo pegno prima di concludere la nostra corrispondenza, che si stava già arenando da qualche settimana. Non conoscevo Eliana Manca, lo ammetto. Trovo sia un peccato non voglia scrivere di professione, sono sicura che potrebbe regalare tanto; meno asciutta e spigolosa rispetto alla Mearini, tuttavia non mi è dispiaciuta affatto.
In mezzo a tutta questa manna creativa, c'è anche un bigliettino, scritto a mano e di getto dalla sottoscritta. Un nome e un numero, visto per strada, ripescato in rete. Una psicologa. Sì, ci provo, alla fine. E' qui vicina, mercoledì ci vado. Vorrei tanto presentarmi facendole leggere una poesia della Mearini che mi ronza in testa da quando l'ho letta: è una di quelle che mi ricordo meglio, che mi torna in mente più frequentemente, dato che l'associo ad una persona in particolare. Forse è da lì che devo iniziare a sbrogliare la matassa.
Di sicuro è un nodo che dovrò sciogliere.



SENZAMADRE

Ti strappi quando mi guardi,
butti ovatta dalle rughe,
rompi il vetro che hai negli occhi,

bambola di pezza tu ciondoli le braccia,
perdi il ciuccio dalla bocca,
strilli la tua fame fino a stordire la mia lingua.

Mi vuoi zitta e tonta,
da non poterti versare una parola nel brodo,
nè un pensiero nel latte.

Ti vedo,
donna centenaria e poppante.
Così vecchia di scodella e minestra,
così giovane di biberon e pappa,
confondi il numero degli anni.
A volte ti conto nonna, altre mi risulti figlia.

Vorrei che per una volta,
la tua somma mi desse Madre.






sabato 5 luglio 2014

Il sapore di Dio

Torno a scrivere ora che una pausa dallo studio ha aperto le porte di una serata intrisa di noia e malinconia. La compagnia su cui posso fare affidamento per riallacciare i contatti col mondo si è definitivamente sciolta per il periodo estivo/d'esami ieri sera: saluti e baci da portarsi dietro e farsi bastare fino ad ottobre. Posso contare su una sola ragazza ormai, che vivendo con la sua famiglia non può fare quello che le pare come me, che vivo sola; so già che mi sentirò oppressa nei prossimi giorni, che avendo meno vie di fuga e avvertendo la pressione crescente degli esami finirò per stare peggio. Spero solo di non finire sul fondo quando invece dovrei almeno galleggiare, considerato il periodo. 
Proprio stasera mi sono trovata a riflettere sul fatto che raggiungo sempre più difficilmente uno stato di euforia e felicità con le mie sole forze e che spesso neanche gli interventi esterni riescono a smuovere molto. Eccolo di nuovo, il mio tema ricorrente: l'estraneità da me stessa e da chi mi circonda, mischiata al senso di colpa e al latente sentore di una mia inadeguatezza inconfessa. Saranno dispercezioni, ma restano comunque la principale fonte di emotività in me da diversi mesi.
Oggi, ad esempio, sono bastate poche parole pronunciate da mia madre per far virare questo "non sentire-sentito" verso la tristezza per una perdita piuttosto recente: allora mi sono trovata a ripensare che con un dio da pregare sarebbe stato più facile non sentirmi come un tronco cavo.
Quando credevo non esistava tutto questo. Avevo dentro di me qualcosa di intoccabile, c'era del sale nella mia vita. Non ero l'avanzo insipido di una me nata pietanza buona, promettente. Ero diversa, più viva in una fede che, solo a posteriori, mi sono accorta essere stata avviata come per forza d'inerzia da parte di terzi. C'era un sapore che mi impastava il cuore, anche se artificioso e artificiale.
Alla fine me ne sono comunque nauseata, ma non è stato facile ammetterlo a me stessa.
Ricordo di una figura per me molto importante nell'adolescenza, un professore di religione del liceo, che ci disse della necessità di dover mangiare Dio come se la vita fosse una costante eucarestia vissuta da un'altare: dovevamo averlo in bocca, masticarlo, imparare a tenerlo sotto la lingua come il vino per apprezzarne il sapore, per poi deglutire e farlo nostro. Bisognava mangiare, cibarsi di lui, meglio se in compagnia. Questa suggestione aveva dato il via in me, che ero già nel pieno della mia crisi spirituale, ad una reazione a catena fatta di interrogativi riguardanti il mio rapporto con la fede ed il cibo; tuttavia, non credo ci sia possa essere una stretta connessione tra le due cose, non nel mio caso. Le ragioni della crisi con l'una e con l'altro sono ben distinte. I miei problemi con l'alimentazione sono scaturiti e si sono aggravati per via di approcci erronei e tensioni in ambito famigliare, mentre la mia fede non è mai stata messa in pericolo dai miei, anzi, al contrario, è sempre stata sostenuta. Mia madre ancora adesso non sopporta l'idea che io non vada più in chiesa.
Dopo quasi tre anni da quella lezione in cui ci fu proposta la metafora di un dio-cibo, è avvenuta la mia ultima entrata in una chiesa da credente, l'ultimo sforzo di una parabola discendente: ho sottoposto al mio ex professore, per la prima volta in abiti da prete, uno dei tanti motivi per cui la mia fede è venuta meno. Il dolore. La risposta mi è sembrata incerta, non mi ha fornito i punti fermi che volevo avere. Non c'era un gusto preciso nelle sue parole, neanche il più lontano retrogusto del dio che mi avrebbe potuta far tornare a credere.
Ora che ho lasciato la speranza di trovare quel sapore, vorrei non sentire ciclicamente l'insoddisfazione di doverlo in qualche modo sostituire con altro. Mi basterebbe anche solo che quello di cui mi nutro quotidianamente durasse e persistesse di più. Vorrei saziarmi, ecco. Vorrei ritrovare la fame nel piatto e la pietanza a sorridermi in esso. Vorrei avere la pancia piena e non sentirmene in colpa, il cuore colmo e non avere più dubbi. Mi servirebbe a scongiurare tante paure, ad accettare persino l'esistenza di un dio vero, anche ingiusto. 
Potrei anche leggere una cosa del genere e vederci del senso, mentre invece ora come ora non riesco nemmeno a sposare la posizione (appena accennata) dell'autore di questo articolo, che tocca in qualche modo uno dei punti cruciali del mio non-rapporto con la fede:
http://www.simonenavarra.net/2014/07/in-bianco-e-nero.html
In questa giornata il pensiero della morte è venuto a bussare più volte alla mia mente perchè spinto dalle parole di quelle poche voci che ho ascoltato. Me lo sono portato dentro fino a poco fa, quando ho cenato, sfruttando la voce metallica dentro una telefonata per mangiare e non sentirmi abbandonata - accade tutte le volte che provo a mettermi a tavola. L'ho fatto senza fame, senza appetito ed ora mi sento doppiamente colpevole. Non avrei dovuto forzarmi, per poi finire così.
Quale dio sarebbe in grado di riportare la voglia in uno stomaco e in un cuore che si stringono per il vuoto lasciato da un'assenza? Quale sapore?



giovedì 29 maggio 2014

Fiori e legno

Quando mi sono vista porgere il mazzo di fiori, così grande, così colorato, sono tornata bambina. L'unica vera sorpresa della serata. Ho ringraziato prima la cameriera, che non sapeva da che parte posare tutti quegli steli, e poi ho fatto passare gli occhi sui miei, sorridendo. Ho sempre odiato le ricorrenze, come i compleanni e le feste comandate, per via delle cene ingessate che ci vedevano sederci allo stesso tavolo una o due volte l'anno per fingerci una famiglia; mio padre ci ha sempre tenuto molto e mia madre ha spesso e volentieri contribuito a rendere quel teatrino grottesco la prima di una tragedia. Non ho buoni ricordi dei pasti in pubblico con loro fino a tre, quattro anni fa, quando le cose tra i miei hanno iniziato a spiaggiarsi sulle rive della rassegnazione e del menefreghismo reciproco (è stato un bene). Il 24, il giorno del mio compleanno, abbiamo cenato insieme e per la prima volta in tutta la mia vita mi è sembrato migliore. Mai percepita la famiglia in noi tre, ci ho sempre visti come individui troppo diversi e lontani tra loro, ma quel giorno mi è parso che ci riunissimo straordinariamente in nome del rispetto di un rito, desiderosi di portarlo a termine il più dignitosamente possibile. Ovviamente ho riscontrato le due costanti di sempre: mia madre che faceva commenti che non c'entravano molto, che le regalavano la parte della sciocchina della situazione (come se una volta perso il copione della rabbia e della gelosia verso mio padre non riuscisse ad improvvisare decentemente) e mio padre che parlava di lui, di quello che aveva visto o fatto negli ultimi tempi (mesi, anni, chi può dirlo), senza dare una cornice, senza pronunciare dei nomi precisi, proprio perchè la sua vita poco ha a che fare con la nostra ed è di sicuro più facile donare qualche accenno per levarsi d'impiccio dall'imbarazzo e non suscitare domande moleste da parte di mia madre. L'altro progresso della serata è stato portato a casa dalla sottoscritta, che si è sforzata il più possibile di far continuare mio padre per far sì che non calasse il silenzio - anche se è successo lo stesso tre o quattro volte durante la cena - e si mettesse alla luce il fatto che al tavolo non c'erano argomenti da poter condividere o far interessare davvero tutti e tre. Ho fatto domande, commenti che potessero ravvivare la fiamma. La brace è sopravvissuta fino alla fine e nessuno si è fatto male. 
Non ho parlato ad A. del mio ritorno a casa o sarei stata obbligata a vederlo: so che non ci vedremo molto nel prossimo mese per via dei miei esami, eppure non credo che incontrandoci cambierebbe qualcosa. Non mi manca e so che non è un buon segno. Proverò ad aspettare ancora. Non sono sicura di aver seminato con la convinzione di ricevere fiori da questo rapporto, non so nemmeno se in questo momento, considerate le mie ultime sensazioni, siano necessari; forse mi sto portando addosso il peso di un tronco e non di uno stelo. Proverò ad accendere un fuoco, quando inizierò a  non soppportare più il freddo.



"No one can hear their sos
but could someone ever care less
of those two flowers grown in frozen grass?"

Sono estremamente legata a questa canzone dei Novembre. E' una delle mie preferite. Ha scandito il periodo più burrascoso con i miei discordini alimentari e la fase più intensa del mio amore con L. Mi fa sempre bene risentirla: assume di volta in volta significati diversi, più profondi.


"It's no wonder I've felt so tired:
I've witnessed the careless all running pass me,
while I've been told to ignore my desires
and grow numb with understanding."

E dopo essermi ricordata di queste cose, non posso tralasciare un altro gruppo che è stato la colonna sonora di molte delle mie giornate: i Woods of Ypres. Tralascio la rabbia delle loro prime canzoni con cui mi sono corroborata qualche anno fa e vi lascio una di quelle che io considero una perla.
Questi due gruppi hanno dato voce e suono al mio cuore per troppo tempo: non potrei mai stancarmi di ascoltarli.

venerdì 16 maggio 2014

Le ombre di Maggio

Era inevitabile, lo sapevo e l'avevo anche anticipato. La mia assenza è dovuta principalmente allo studio e al non potere (e volere) abdicare a quel poco di vita sociale che mi resta quando chiudo i libri.
Che cosa ha fatto la cacciatrice di aurore in queste ultime settimane? Nulla di diverso da quello che fa da due mesi a questa parte, fondamentalmente. L'unica novità, se così si può dire, è il ritorno della frenesia notturna, accompagnato all'abuso di taurina e cafferina per riportarmi in pari con l'orologio del mondo fuori dalla porta di casa. Mi animo di notte, mi risveglio, è più forte di me.
I rapporti affettivi che dovrebbero essere coordinate sulla mappa della mia esistenza hanno la consistenza degli stuzzicadenti e come tali mi pungono il cuore. Guardo mia madre e provo compassione per entrambe, nel sapere che io non la sento vicino a me quanto lei - credo - vorrebbe; mio padre è una maciata di secondi che non raggiunge il minuto sul display del mio cellulare, un ripetersi meccanico e insipido di frasi che sanno di amore atrofico; A. è un abbraccio che non mi manca a distanza di giorni, un sorriso che forzo sulla bocca per paura di dire la verità. Persino il cibo che cerco continua a sapere di surgelato, di artefatto, di bisogno posticcio, eppure in questa misura non mi disturba. Mi piacerebbe che l'insipidezza dei miei pasti restasse prigioniera del cerchio bianco del piatto, senza sconfinare nella mia vita rendendola una minestra annacquata. L'attesa di questi ventun anni di vita si colora di grigio, mentre io spero sempre nel dirompere del verde, nello sbocciare del rosso.
Vivere nell'ombra forse non è quello per cui sono nata, ma non riesco ad appagarmi delle luci più a me vicine, che sembrano fredde, estranee; se non fosse per quelle poche amicizie universitarie in mezzo ad un mare di conoscenze inutili, potrei dire di essermi di nuovo persa: grazie a pochi sprazzi chiari riesco a mantenere fissa la direzione verso cui procedo, vincendo sulla voglia di guardami indietro e di arrendermi allo scuro.
Curiosamente, negli ultimi giorni sono incappata in qualcuno che, nella grandezza della ragnatela virtuale, pensa che io possa essere in grado di essere un piccolo sprazzo di luce: uno scrittore professionista. In quasi dieci anni di rapporti con il macrocosmo di internet, passati a bazzicare forum, siti di scrittura o musica e playbychat nei momenti di noia profonda, posso dire di aver salvato solo una persona tra tante, G., un ragazzo che un giorno mi piacerebbe incontrare: sono quasi passati otto anni dal nostro primo contatto, eppure sento che non è ancora arrivato il momento di consolidare un'amicizia con lui. Vorrei tornassimo a cercarci assiduamente come i primi tempi, cosa che da un paio di annetti a questa parte succede sempre di meno - che sia il presagio della morte di un'altra stella lontana? Chi lo sa. La cosa che mi colpisce di quest'ultimo "corrispondente virtuale" - io li ho sempre chiamati così - è il suo modo d'interazione: da ottimo lettore, di animi e non, si espone poco, sebbene lasci intendere l'esigenza di sfogarsi. E' stato lui a lasciarmi il suo contatto, intimandomi di scrivergli se ne avessi avuto piacere, perchè lui per indole non l'avrebbe fatto. Dopo le prime volte due volte, ho notato un sensibile cambiamento, un progressivo lasciarsi andare, che tuttavia si arresta puntualmente ogni qual volta si rende conto di essere sotto i riflettori. Si nasconde dietro uno pseudonimo che si trascina dietro numerose pagine, interviste, discussioni su svariati forum nel mare di internet: grazie a quello sono risalita alle sue opere, ho acquistato il suo primo (e per ora ultimo) romanzo e l'ho letto tutto d'un fiato. Mi è servito a capire ancora di più quanto non riesca a dire apertamente, per il momento. E' come se reprimesse una sua profonda necessità, giustificandola con il bisogno di trovare un confronto/scontro produttivo con l'altro, ponendolo al centro il più possibile. Sento della sofferenza repressa, che gratta sulla sue frasi, che vuole uscire, ma che trova barriere troppo dure per essere infrante.
Strana la rete, bizzarra. Espone alla luce l'ignoranza più crassa ma sa nascondere nei piccoli anfratti delle chat il buio della vita.



"Apart from the others I walk a path that has been forsaken by the sun."

mercoledì 30 aprile 2014

Under the weather

Tornano le scadenze da rispettare, le sveglie ad orari discutibili, i "No" detti a malincuore. Gli esami si avvicinano ed è tempo di tirare le somme e di stilare programmi di studio, marce forzate tra le righe. Spero solo di non dover chiudere questa piccola finestra virtuale di me, che mi dava un po' di respiro.
Oggi la pioggia mi ha bagnata di un pianto disperato, arrivato tra capo e collo di una mattina di sole e di un pomeriggio ventoso.
Anche questa sera ho mangiato cibo in scatola, in piedi, guardandomi attorno; se lo facessi come una persona normale, seduta a tavola, insieme alla mia famiglia, mi sentirei sempre più a disagio di quanto non lo faccia in queste giornate. Non abito in una reggia, è un monolocale, ma amo questo piccolo mondo. Sta cominciando a mancarmi durante il giorno, durante gli spostamenti: l'anno scorso non accadeva quasi mai, ora invece è una sorta di nostalgia quotidiana.
Ho bisogno di tornare qui dentro, di stare un po' sola con me. Voglio sapere che c'è qualcosa di sicuro ad attendermi, di voluto, sia anche solo una monoporzione di piselli in un barattolo di latta. Ho voglia di sfamarmi quel poco, senza dovermi sentire in colpa. Non capisco perchè mi stia succedendo, forse è solo un voler bilanciare il prossimo periodo, dove avrà poco ancora meno tempo per godermi qualche ora senza nessuno attorno.
E' giusto che sia così?


In Memoria - Blaze of Sorrow

venerdì 18 aprile 2014

Fasi lunari

Ho lacrime da vendita all'ingrosso, da carta assorbente in un rotolo formato famiglia nella casa di un single. Quando me le asciugo ci lascio sopra tutti i buoni propositi di qualche minuti prima: il trucco ben fatto, il sorriso che mi si scioglie in faccia insieme al mascara. Mi lavo con l'acqua di un oceano che non sapevo di essere.
Proprio oggi che dovrei tornare a casa ho iniziato la giornata con una telefonata al vetriolo con mia madre. La sua voce stamattina mi aveva già fatto presagire che sarebbe successo qualcosa di simile: riconosco quel tono come il pescatore riconosce il libeccio. In questi casi, non esiste marea o satellite che possa salvarmi: so che le acque si alzeranno ed io dovrò resistere e tenermi a galla. A volte ci riesco, molte altre no.
Dovrei prendere il treno tra un'ora e non so con che forza mi trascinerò fuori casa, ma devo farlo. Lo faccio per vedere lei, che la sera prima mi dice di sentirsi sola e di non avere nessuno, per poi urlarmi il giorno dopo di non tornare; lo faccio anche per mio padre, che mi dice di tenere sempre il telefono acceso e di chiamarlo per poi parlarmi 25 secondi contati la sera, quando esce da lavoro.
Avrei voglia di rifiondarmi nel letto, dormire sul fondo di un oceano di niente, avvolta in qualche bel sogno. Vorrei una luna che scandisce dei ritmi certi e regolari nella mia vita. Mi dispiace dover mettere che l'unica luce che riesco ad immaginare in grado di darmi i ritmi costanti delle maree sono proprio io. Non penso ci sia nessun'altro che possa farmi da faro, in questo momento della mia vita. Sento l'urlo del mare in tempesta nella testa, l'infrangersi dei flutti tra i pensieri più spigolosi e mi dico che non è giusto che io possa diventare una naufraga per colpa di altri. Dovrei avere la forza di quel disco d'argento, per decidere da sola quando alzare la testa o farmi sommergere.


Elle ouvre sa danse hypnotique, et absorbe mon regard décoloré.

giovedì 17 aprile 2014

La paura di un fiore

Volevo un amico, ecco com'è iniziata. Il mio primo amore, L., quello storico, è stato prima di tutto un amico: ci siamo voluti davvero bene, affezionati alle insicurezze reciproche e coccolati dal nostro essere rifugi sicuri l'uno per l'altro. Ho messo io la parola fine: il suo trasferimento a fine liceo mi ha scoraggiata. Non credo nei sentimenti a distanza, specie quando si è molto giovani. Cosa dovrei ricordarmi di te, amore, se non potrò più viverti? Inutile dire che non la pensavamo allo stesso modo, ma ho preferito così. Ne serbo un bel ricordo, davvero. Nessun rancore, nessun pentimento. Solo la forza di un amore cresciuto e vissuto in piena clandestinità, lontano dagli occhi indiscreti di un mondo che feriva e ci faceva crescere male. 
Oggi, invece, dopo quasi 2 anni, dopo altri tre nomi che non hanno lasciato nulla, neanche una cicatrice, mi trovo a stringere la mano di A. e a chiedermi perchè non mi manchi come dovrebbe quando siamo lontani.
Mi piacerebbe avere per lui parole che non ho. Sento di essermi legata a lui, so di essere corrisposta, ma ci sono momenti in cui l'ombra del dubbio torna ad inficiare il mio sentire. Con lui, che era mio amico, ho accettato di portarmi verso un sentimento che in me non era ancora del tutto nato. 
Ho sempre trovato difficile accettare l'idea di abbassare la guardia, specie con un ragazzo. Necessito di tempo per stabilire dei vincoli affettivi con l'altro sesso, in cui, lo ammetto, non ripongo mai molta fiducia. Gli voglio bene, ma ho paura di aspettare ancora: dentro di me non è divampato un incendio, eppure la fiamma non si spegne. Non so quanto io debba ancora aspettare e soprattutto se debba farlo.
E' come vivere una giornata di sole, di quelle ventose, con la costante presenza delle nuvole sopra la testa: non sai mai se andranno via nel giro di ore o se dopo qualche minuto verrà la pioggia.
Vorrei trovare una primavera prepotente nel mio cuore, insieme al sogno di un'estate torrida, ma scovo sempre la brina anche laddove non dovrebbe esserci.
Quanto manca a questa fioritura?


mercoledì 16 aprile 2014

Soli di mezzanotte

Spero che a qualcuno di voi sia capitata una cosa simile. Solo chi è riuscito ad andare contro corrente fino alla meta può capire la soddisfazione che mi porto dentro da due giorni.
L'ho sempre visto seduto in ultima fila, in alto, isolato da tutti. Inizialmente anche io l'ho sfottuto, lo ammetto: silenzioso, schivo, fatta eccezione per quelle sue domande a volte fin troppo cavillose per sembrare importanti persino agli occhi dei professori.
La macchietta del corso, ecco. S.
Avrà parlato rare volte con due, tre ragazzi nel giro di due anni. Io invece sono stata la prima ragazza ad andargli a parlare, a cercarlo e stanarlo. Ho dovuto aspettare a lungo prima di avere un buon pretesto, ma non me ne pento.
Non fraintendetemi: non mi sento attratta da lui, non mi passa nemmeno per la testa considerando che ho già un ragazzo, ma sono sempre stata incuriosita dal suo comportamento che agli occhi di tutti sfiora la sociofobia; sono sempre rimasta fermamente convinta che valesse la pena parlarci. No, non è neppure la voglia di far la cosiddetta  "crocerossina", perchè, per quanto io ambisca a poter curare e salvare il corpo di qualcuno una volta laureata ed abilitata, non mi sognerei mai di stravolgerne l'indole: non voglio aiutarlo a diventare "come gli altri", nè mi aspetto che lui lo faccia. Mi interessa capire chi è l'unica persona che tutti conoscono ma che nessuno si ferma a guardare.
Così l'ho fatto. L'ho avvicinato mentre la classe era decimata per via di una pausa tra una lezione e l'altra, proprio perchè so che lo avrebbe (e mi avrebbe) infastidito essere osservati. Quando ho iniziato a parlargli, ho letto tra le sue labbra un sorriso di stupore trattenuto a fatica: non se lo aspettava. Ho chiesto, mi ha risposto, sono anche riuscita a farmi dare il suo indirizzo email e a fargli ritirare il mio. La sera stessa gli ho scritto e lui ha risposto: posso dire di avere avuto qui la prima conferma di un mio grande sentore, ovvero che gli venga più facile esprimersi per iscritto, magari se supportato da un display (visto che anche in università non se ne stacca mai). E' stato così disponibile da proporre anche una soluzione per un problema logistico interno alla classe. Insomma, la rivelazione che sospettavo. Oggi è addirittura sceso dalla sua ultima fila per venirmi a parlare, in un momento in cui non avevo nessuno intorno: nulla di trascendentale, in fondo si trattava di un'altra questione organizzativa per dei laboratori che dovremo fare.
E' da conoscere meglio. Spero di avere ancora occasione di parlargli.
Per quanto delle urla acute e delle percussioni mi abbiano sfondato i timpani fino a pochi minuti fa, vi lascio una canzone leggermente più ritmata e allegra rispetto alle precedenti: credo possa comunicare alla perfezione questo piccolo apostrofo di luce degli ultimi due giorni. Ai Sòlstafir devo l'ispirazione per il mio moniker: letteralmente, dovrebbe significare qualcosa come "Raggi crepuscolari".


I miti che sfatiamo nei momenti più scontati delle nostre giornate sanno di conquista e di vittoria.
Vi auguro che possiate presto compiacervi di qualche vostra piccola crociata personale e sentirvi più forti.



sabato 12 aprile 2014

I labirinti dei muti

Questo fine settimana resto qui, a casa mia. Mia madre dovrebbe venirmi a trovare a ore e ci siamo sentite per telefono poco fa. Come ogni volta, non ha potuto non ripetermi quella solita maledetta frase, l'unica frase che non mi sento mai dire da nessun'altro: "Beh, ma che fai, non dici nulla?".
Perché queste parole mi mandano in bestia? Perché sono inutili.
Io sono un'ottima ascoltatrice, ma non mi ritengo una persona incapace di comunicare: non ho difficoltà ad esprimere la mia opinione, specie se viene richiesta. Il punto è che quando mi trovo davanti a fiumi in piena di parole, racconti, lamentele, problemi, dubbi, preferisco non interrompere il loro corso. Non mi piace interrompere l'altro, dato che per prima non amo che venga fatto con me. Mia madre questa cosa non la capisce: io sono sempre stata abituata a farmi carico delle sue parole, anche a discapito delle mie. Quest'abitudine mi ha portato ad abituarmi a sacrificare le mie, che in certi casi non avrebbero alleggerito la conversazione, ma avrebbero trascinato a picco entrambe; ho imparato a non parlare dei miei veri problemi, a non vomitarle addosso il male che ho dentro in sostanza. Ascolto tutto quello che ha da dirmi, dal pettegolezzo allo sfogo d'esasperazione. Mi perdo nelle sue parole, cercando in me quelle più adatte per rispondere all'arrivo del silenzio, del mio turno. Solo che non capisce e spesso, troppo spesso, se oso interrompere, non vengo nemmeno considerata. A volte è difficile farsi ascoltare da lei, davvero molto difficile, tanto che per molte, moltissime cose, ci ho rinunciato: vaglio le informazioni in modo che arrivino il più blande e tollerabili possibili. Le rare occasioni in cui mi sono aperta sono state in particolari momenti di debolezza o di rabbia da parte mia, momenti in cui ormai i fatti a cui facevo riferimento erano cosa di ieri lontani. 
Quando mi fa notare come io non parli quando la sto semplicemente ascoltando, mi sento in debito con me stessa. Ho sbagliato io, probabilmente: non avrei dovuto affezionarmi alle bugie e alle mezze verità, tantomeno ai silenzi, eppure sono convinta che se avessi iniziato anche io a farmi sorda alle sue parole le cose non sarebbero andate meglio tra noi.
Così, lei chiede meno, io ascolto molto. Quando finisce di parlare ed io ho risposto, quando l'asse della conversazione si potrebbe spostare verso di me, lei chiude, anche per causa mia: io a quel punto ho già perso più la voglia di parlare di me, specie se si tratta di lamentarsi o di aprire la porta dei miei turbamenti, delle mie insoddisfazioni. Le farei del male, la avvilirei ancora di più e mi sentire in colpa.
Ci sono talmente tante frasi mai nate, tanti pensieri aggrovigliati in quei miei silenzi o nelle sillabe che libero per dare una buona risposta, che se dovessi ripercorre tutto dall'inizio alla fine, mi ci perderei. Sono in un labirinto, mettiamola così. So di potermi perdere ma non cerco nessun filo di Arianna. Non ne ho bisogno. 
Ecco perché ho aperto il blog: qui possono rintanarmi con le mie ombre e perdermi nel labirinto senza timore. 
Un'altra cosa che mi aiuta parecchio è camminare senza meta. Amo farlo lungo il fiume della città che da due annetti mi ha adottata, magari all'imbrunire, quando la luce carezza l'acqua in un modo tutto suo. Mi piace pensare di affidare a quello scorrere tutto quello che ha bisogno di essere liberato e magari non ha trovato ascolto. E' come se una parte di me viaggiasse verso una direzione sicura.


"Ce soir sans doute mon ame,
asservie, usèe par les bas chagrins,
sentira le besoin de fuir sa prison de chair."

Vi lascio una canzone che io definirei "romantica", nel senso letterario del termine. Questo spazio è un rifugio per riflettere: c'è bisogno di qualcosa di conciliante. Il blog è nato con un suono ben preciso e per ora voglio continuare sulla stessa frequenza. Non credo metterò mai qualcosa di eccessivo (considerati i mie gusti) visto che mi piacerebbe arrivare a chi mi legge, se non con le mie parole, almeno con la musica che scelgo.
Buon ascolto.





martedì 8 aprile 2014

L'Aprile di San Martino.

Il sole è rimasto a bussare alle finestre, le temperature si sono alzate piano piano, ma il freddo è tornato. I numeri sul calendario mi stanno trascinando verso un turbinio fatto di ritmi serrati, impegni da rispettare e buoni propositi che si vogliono fare sempre più concreti. Temo che i miei post si faranno più sporadici ora che sto iniziando a studiare più seriamente in vista della sessione estiva, per questo vi chiedo scusa in anticipo.
Il freddo, stavo dicendo. Mi è mancato. Lui, insieme ai suoi effetti fisiologici. Ora che posso capirli con maggiore cognizione di causa, li apprezzo ancora di più. Nonostante non abbia una resistenza ottimale, mi è sempre piaciuta come sensazione. E' qualche giorno che viaggio con un regime alimentare piuttosto povero, per questioni di tempo più che altro, e devo ammettere che questa sensazione mi è mancata: essere un microclima isolato dal resto del mondo, avere una temperatura diversa. 
Non voglio cadere nell'eccesso, anche perché ho già avuto modo di provare gli effetti pressoché catastrofici dei lunghi digiuni sul mio fisico - che è già fin troppo recettivo - però non posso negare che la morsa del freddo mi riporta a delle memorie a cui sono particolarmente legata, nel bene e nel male. Per la maggior parte, sono episodi risalenti al Novembre di quattro anni fa, quando ero innamorata di una persona diversa da quella a cui mi sono avvicinata nell'ultimo periodo, ma anche profondamente ossessionata dal cibo. Novembre è uno dei mesi che amo di più per le luci, i colori che solo il tardo autunno può regalarti; è l'ultimo mese d'autunno nell'emisfero boreale e l'ultimo di primavera in quello australe, lo strascico delle stagioni che prediligo in ogni parte del globo. Novembre è la mia poesia preferita della produzione di Pascoli. Novembre è il nome di uno dei gruppi metal cui sono maggiormente legata. Novembre è il mese in cui penso di aver amato di più in tutta la mia vita.
Proprio ora che sono spesso abbracciata dal sole e da un vento meno tagliente, mi viene da ripensare a come ero ostinata e cocciuta nel farmi male e nel rifugiarmi nel silenzio mentre fuori (e dentro) faceva freddo. E' un sentore che tuttavia mi è rimasto dentro, che non riesco a scacciare: quando sono sola, mi rendo conto di averne quasi nostalgia, anche se ho piena coscienza del fatto che dovrei augurarmi solo il disgelo e pregare per i primi boccioli, lontani dai fiocchi di neve e dal ghiaccio.
Allo stesso tempo si avvicina il "mio" mese, Maggio. So già che non sarà un mese tranquillo, come non lo è mai stato d'altro canto, per via delle continue incombenze che si concentrano in quelle ultime due settimane che mi hanno sempre vista incastrare lo scoccare di un nuovo anno tra un impegno e l'altro. Per fortuna, ci sarà anche stavolta qualche buona ragione per ricordarselo bene. Una di queste, ve la lascio qui sotto: è il primo brano in anteprima del prossimo album degli Agalloch.
Godetevelo.
Buona fioritura a tutte.


domenica 30 marzo 2014

Lo squarciagola della vita

Sono tornata da poche ore in quella che sento ormai essere la mia città e la mia vera casa. Ogni volta che entro a casa dei miei, nel mio vecchio domicilio, mi sento un'ospite e nulla più; il mio umore ne risente molto spesso, la mia voglia di fare a volte viene meno: è come se il disagio del mio passato mi ingabbiasse in quella stanzetta in cui ho pianto, ho riso, ho fatto l'amore di nascosto, ho cantato, ma soprattutto, ho sognato di essere altrove. Per fortuna, questa volta, sono partita dalla città in cui studio sulla scia di una serie di sentimenti positivi ed ho sfruttato la loro carica per i due giorni seguenti.
La carica in questione è scaturita dal chiarimento con quell'amica di cui ho parlato nel post precedente e da un paio di "coccole" che mi sono concessa prima di partire. Fondamentalmente, quello della mia amica non era altro che sommesso tentativo di attirare la mia attenzione e di richiederne ancora, in nome di un'amicizia che mi ha vista ricoprire il ruolo di confidente fidata e mentore in diversi momenti; mi sono ripromessa di provare a trascurarla il meno possibile da ora in poi. Per quanto riguarda gli sfizi che mi sono tolta, sebbene possano sembrare stupidi, si tratta di acquisti - e neanche troppo proibitivi, ma la soddisfazione è stata tanta: ho comprato online alcune magliette di gruppi che ascolto.
Che gruppi? Gruppi metal. Immagino che i miei orientamenti musicali fossero intuibili dai link che ho lasciato nel blog. Devo ammettere che si tratta ancora di una sonorità piuttosto morbida per i miei standard, ma ho trovato quella traccia degli Agalloch (e l'emozione che essa mi suscita) perfetta per questa pagina; ho scelto appositamente di confinarla in una sezione apposita perché so che non potrei incontrare i gusti di chi mi legge e l'idea che qualcuno potesse storcere il naso appena aperta la pagina mi disturbava. In futuro è probabile che cambi link e traccia, ma per il momento quella canzone resta il leitmotiv di questo tassello virtuale di me.
Come dicevo, non ho mai potuto comprare nulla del genere prima d'ora, per mancanza di mezzi ed in modo particolare per via dell'avversione che i miei (specie mia madre) hanno sempre avuto contro tutto quelle che non fosse aderente all'immagine per loro più idonea alla loro unica figlia. Non sono mai stata del tutto libera di scegliere come presentarmi al mondo: sono stata pesantemente influenzata dal giudizio di un padre ipercritico e di una madre spaventata dal cambiamento. Ho sempre avuto dei gusti sobri di mio, ma non nascondo che di tanto in tanto mi sarebbe piaciuto concedermi il capriccio di avere qualcosa che potesse anche non incontrare la loro approvazione; ergo, arrivo a poco meno di due mesi dal mio ventunesimo compleanno a poter acquistare una canottiera nera con una scritta stampata con un font illeggibile per i più. E' una cosa davvero frivola, lo so, ma mi rende felice.
Ho sempre nascosto i miei gusti in fatto di musica, così come molte altre cose, non trovando nessuno tra le mie amicizie con cui condividerli, né potendone parlare con i miei; nel caso specifico della musica, ho rinunciato a molti concerti a cui sarei voluta andare e per quei pochi a cui ho presenziato ho dovuto inventarmi piani e menzogne ben congegnate. La musica - che piace a me - è un argomento tabù, davanti a mia madre (mio padre si disinteressa interamente della mia persona fatta eccezione per gli studi, ma avrò modo di parlarne prossimamente): quelle poche volte in cui c'è stato un tentativo di approccio da parte mia, sono stata investita da domande preoccupate e da conseguenti pressioni affinché non mi lasciassi "traviare". Il metal è un genere molto bistrattato da chi non lo bazzica: è facilmente stereotipato, specie per i presunti riferimenti al demonio, che non nascondo esistere in alcune sue branche; insomma, agli occhi e alle orecchie di molti risulta un genere musicale per disadattati e menti perverse.
Che dire, io sono un'aspirante medico appassionato di metal ed ho ancora la fedina penale pulita... Non mi reputo una persona pericolosa, né una così cattiva influenza, pur amando le percussioni incalzanti, il suono graffiante di alcune chitarre elettriche, il growl, lo scream ed anche i testi dalle tinte fosche o dai riferimenti atipici e lontani. In quei suoni ritrovo qualcosa di me. E' liberatorio ed appagante. Che siano cantate con una parvenza di rabbia o di entusiasmo, quelle sono le note che mi sento vibrare dentro la maggior parte delle volte. Che siano riff frenetici o manieristici, quello è lo strumentale che fa da colonna sonora alle mie giornate.  E' uno squarciagola di sentimenti, sentimenti che mi appartengono.
Martedì andrò ad un concerto insieme ad un ragazzo con cui ho preso accordi da qualche mese tramite un social network. Non si tratta di gruppi per cui oggi stravedo, nonostante li ascoltassi qualche annetto fa, ma un passaggio gratis e la prospettiva di una serata che possa spezzare le mia routine mi hanno fatta cedere. Si tratta di un esperimento già riuscito in passato ed ho intenzione di replicare anche in futuro: sono piuttosto cauta in fatto di conoscenze online ed osservo sempre per qualche tempo il comportamento di chi ho davanti prima di accettare. Prenderò le mie misure cautelative avvisando della cosa un'amica di qui, come ho fatto in precedenza, ma sono certa che non ci saranno problemi.
Chissà che non possa diventare il presupposto per una nuova amicizia.

mercoledì 26 marzo 2014

Chi sei veramente

Oggi mi sento vuota, logorata da mille ansie. 
Ci sono giornate che iniziano per essere vissute con insofferenza fin dal primo istante: oggi è una di queste. Non starò a dilungarmi su quei problemi che avrò di cui avrò sicuramente modo di parlare più avanti, cose che mi porto dietro da una vita; voglio parlare di quella piccolezza che fa scacco matto alla tua serenità, la cosiddetta goccia che fa traboccare il vaso.
Sono da sempre una persona affabile, disponibile, socievole, ma mai sfacciata e invadente. Per quanto questo blog possa dare un'immagine alterata di questa descrizione, vi posso assicurare che difficilmente do adito agli altri di pensare cosa abbia dentro, quali che siano siano i miei problemi: se accade, è solo per brevi momenti ed accorgendomene provvedo subito a scusarmi e a giustificarmi.
Non amo che gli altri possano leggermi in faccia un turbamento che appartiene solo a me. Sono piuttosto gelosa delle mie emozioni negative, prima di manifestarle impiego del tempo.
Stamane una delle mie amicizie più salde nella città dove studio (e dove ormai vivo), nonché mia collega, mi è sembrata particolarmente distaccata: provando a chiederle a fine lezione cosa avesse, mi ha risposto che mi vede cambiata, fredda; in modo particolare, ha sottolineato che la tratto molto diversamente da come l'avevo abituata per quasi un anno e mezzo. Settimana scorsa avevamo già avuto modo di parlare di queste "sensazioni", dal momento che era stata lei a chiedermi se ci fosse qualcosa che non andasse in me. Venerdì mattina andremo a prenderci un caffè insieme, per chiarire.
Il fatto è che questa mia amica non rientra neanche lontanamente nella sfera delle mie preoccupazioni. Posto che ci troviamo entrambe in un periodo piuttosto pieno per via dello studio e dei nostri altri impegni, non credevo che un giorno mi sarebbe venuta a dire qualcosa del genere. Mi sono sentita dire: "A volte basta uno sguardo" o ancora "Se vuoi continuare a convincermi con la tua solita gentilezza che va tutto bene, io lo accetto"; quest'ultima frase è stato un colpo basso, da come la vedo: come ho spiegato sopra, sono cortese con tutti ed è davvero difficile che io mi comporti in modo sgarbato in pubblico (l'unica con cui mi capita di perdere seriamente le staffe, lo ammetto, è mia madre). Io so perfettamente di quale persona stia parlando la mia amica, perché è la mia "persona", nell'accezione latina del termine, ovvero quella maschera che tutti indossiamo nel quotidiano. Non voglio scadere nel banale, dicendo che tutti recitiamo ruoli e raramente siamo noi stessi, ma posso garantire che io ho piena coscienza della percezione che regalo agli altri di me. So che tipo di persona vedono. So perfettamente che la "solita gentilezza" a cui la mia amica allude viene percepita molto spesso di per sé come pacata, in certi termini formale o addirittura distaccata. La cosa non mi disturba, perché è nel mio pieno controllo e ne sono consapevole. La mia inquietudine nasce quando chi mi sta attorno vede oltre o - peggio ancora - fraintende, come in questo caso. 
Vi è mai successo?
In questi casi divento ansiosa, desiderosa di altro vuoto.
Oggi digiunerò. Non sono a stomaco vuoto da stamattina, ma ora ho totalmente perso l'appetito. Come se non bastasse, quando incappo in queste situazioni, sono anche meno reattiva e produttiva. Detesto queste giornate, le odio.



domenica 23 marzo 2014

Il crepuscolo degli dei

La vita universitaria mi ha regalato qualcosa che ho agognato per anni: il poter vivere da sola.
Lo stare lontano da casa mi ha permesso di mettere a fuoco molti di quegli aspetti del quotidiano che prima non conoscevo: è stato, per prima cosa, un avanzamento in termini di responsabilità, organizzazione e senso pratico; devo ammettere che tuttavia alcuni dei miei fantasmi, alcune delle mie debolezze che credevo di poter smussare con la lontananza, resistono ancora. Anzi, il venire meno della mia ossessione per il raggiungimento di una nuova forma di indipendenza ha fatto sì che io cambiassi la mia prospettiva sul mondo che avevo vissuto e su quello che stavo vivendo.
La mia realtà è uscita dalla sua cornice stretta, i soggetti hanno iniziato a vagare in uno scenario dove le mie certezze si facevano via via più deboli. Ho perso molto di quella me così radicale e salda nelle sue convinzioni, ho smarrito l'amore testardo che mi legava a quelle poche persone cui davvero tenevo. Perchè? Perchè ho avuto modo di guardare indietro, di scavare e dissotterrare quanto avevo rinnegato nel nome dei doveri, dei dogmi a cui mi ero aggrappata disperatamente nei momenti in cui avrei voluto ribellarmi o avrei dovuto mettermi in discussione. "E' giusto così" pensavo. Per anni mi sono ritrovata a combattere con un senso di insoddisfazione che mi dilaniava: il mio "dover essere" soffocava i miei desideri; vivendo nella casa di famiglia ero una me "in potenza", un prototipo della persona che sentivo di dover diventare.
Lontana da tutte le contingenze che ritenevo mi fossero d'ostacolo, ho riflettuto ed ho visto quelle conferme di cui una parte di me, nonostante la voglia di separarmi da quanto non mi rispecchiasse, temeva. Eppure, non è stato questo a regalarmi una nuova cicatrice. Ho sofferto nell'avvertire in me il venire meno anche di quelle convinzioni che non avrei mai osato mettere in discussione, malgrado tutto. Mi sono disinnamorata di idee e persone che erano state la ragione del mio andare avanti. E' stato orribile, all'inizio. Avere la consapevolezza di spegnersi, di perdere le coordinate di un viaggio sognato più e più volte nel passato, è a dir poco destabilizzante: ti snatura. 
A distanza di quasi un anno e mezzo dall'inizio di questa mia metamorfosi, non posso dirmi pentita di aver abbandonato i miei vecchi tracciati. E' stato difficile capire di essere l'unica roccaforte della mia vita, ma è così. Sono rimasta solo io. E sono io quella verso cui dover far convergere tutte le linee di partenza e di arrivo. Ragionamenti del genere mi avrebbero fatto rabbrividire qualche anno fa, ma non riesco a ricredermi.
So di essere ancora troppo vaga, ma l'ampiezza del discorso comporterebbe un riassunto di vent'anni di vita. Col tempo, avrò modo di approfondire le mie ragioni e di analizzare a fondo la genesi di questa metamorfosi.
Spesso capita ancora che io risenta di questa mia cognizione, specie quando la vita mi cala in situazioni che mi fanno sentire più facilmente a disagio. E' proprio quando vacillo che sento il peso della mia disillusione stoica, di questa solitudine spirituale.
Ieri sera, ad esempio, è accaduto di nuovo.
Io e mia madre, ad un tavolo di un ristorante rumoroso, pieno di gente che rideva e cenava. Un confronto crudele, ai miei occhi: da una lato la convivialità, il cibo, che non ho mai vissuto con una famiglia unita e serena, ma nel disagio di una coppia infelice, o peggio, nella rabbia muta di una solitudine forzata dal digiuno o nella piena clandestinità di qualche attacco bulimico; dall'altra, l'unica persona che non mi ha mai abbandonato e a cui serbo un amore cieco, ma scalfito da tante delusioni, da troppe bugie e omissioni.
Mia madre è una di quelle schegge del passato che ho dovuto rivalutare con lo scotto del disincanto. Per quanto la ami, il mio riuscire ad osservarla per intero, con i suoi pregi ed i suoi difetti che ormai conosco a memoria, con i suoi meriti, ma soprattutto, con gli errori di cui a lungo non ho saputo nulla, mi lascia sempre combattuta. Le ho sempre nascosto molto di me, è vero, ma il fatto di sentirla irrimediabilmente diversa da quello che sono e da quella che ho sperato fosse per molto tempo mi turba.
Tutto questo non fa altro che addossarmi un senso di colpa, di vergogna, di mortificazione che mi fa sentire sporca, indegna. Mentre eravamo a tavola e stavamo cenando mi sono resa conto che questa mia inquietudine stava tornando a galla: mi muovevo spesso sulla sedia, cambiavo postura, tossivo nervosamente, tutte cose che non sono da me, che risulto agli occhi degli altri molto controllata; mia madre l'ha subito notato e mi ha chiesto se stessi bene. Ho mentito, ho detto che avevo freddo. Per mia fortuna è durato poco meno di un paio di minuti, non di più. Quando siamo rientrate a casa mia e l'ho abbracciata prima che se ne andasse mi sono sentita fortemente colpevole, come sempre. 
Vorrei trovare un modo per compiere una vera espiazione, per liberarmi di questi sensi di colpa che non mi fanno convivere del tutto serenamente con la persona che sono diventata.
Mi auguro che lo scrivere possa aiutarmi come spero.

venerdì 21 marzo 2014

Una necessità.

E' stata una genesi lunga, sofferta. Bastano pochi click per creare un blog, ma molto più tempo per riuscire a promettersi di scrivere con sincerità e costanza. Sono passati quasi 7 anni da quando scoprii il mondo delle persone che vivono di parole attraverso la rete, di quei sopravvissuti alle giornate nere che riescono a lasciare le loro tracce nella ragnatela virtuale, mettendosi a nudo e tendendo una mano nel buio dell'anonimato.
Ho letto molto, ritrovandomi in loro e soffocando il desiderio di fare altrettanto: "Sarebbe inutile"; tuttavia, è proprio quest'ultima mia convinzione che oggi mi sento di dover correggere. Non è più inutile, per me. Non lo sarà più. Questa è diventata un'esigenza. Ho bisogno di scrivere e di essere letta. Ho la necessità di mettere nero su bianco sotto gli occhi del mondo i miei sentimenti, perché voglio che degli sguardi estranei possano osservarli per quelli che sono realmente, seppure alla luce di un display. Quello che provo resta nascosto per la maggior parte del tempo ed io non riesco più ad accettarlo. Devo trovare il modo per liberarmi ed espiare tutte le colpe che ho nei confronti del mio sentire, che è stato a lungo frenato.
Chi leggerà questo blog avrà la piena libertà di commentare, senza dover temere censura o attacchi dalla mia persona. Sono certa che alcuni non comprenderanno sin dall'inizio, ma sono pronta ad aspettare gli occhi giusti, capaci di comprendere. Da oggi  in avanti raccoglierò i miei silenzi e li regalerò a quanti vorranno portarli via con loro.
Offrirò i pochi frammenti di luce che si trovano in quei silenzi dove si stendono tutte le ombre.