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sabato 5 luglio 2014

Il sapore di Dio

Torno a scrivere ora che una pausa dallo studio ha aperto le porte di una serata intrisa di noia e malinconia. La compagnia su cui posso fare affidamento per riallacciare i contatti col mondo si è definitivamente sciolta per il periodo estivo/d'esami ieri sera: saluti e baci da portarsi dietro e farsi bastare fino ad ottobre. Posso contare su una sola ragazza ormai, che vivendo con la sua famiglia non può fare quello che le pare come me, che vivo sola; so già che mi sentirò oppressa nei prossimi giorni, che avendo meno vie di fuga e avvertendo la pressione crescente degli esami finirò per stare peggio. Spero solo di non finire sul fondo quando invece dovrei almeno galleggiare, considerato il periodo. 
Proprio stasera mi sono trovata a riflettere sul fatto che raggiungo sempre più difficilmente uno stato di euforia e felicità con le mie sole forze e che spesso neanche gli interventi esterni riescono a smuovere molto. Eccolo di nuovo, il mio tema ricorrente: l'estraneità da me stessa e da chi mi circonda, mischiata al senso di colpa e al latente sentore di una mia inadeguatezza inconfessa. Saranno dispercezioni, ma restano comunque la principale fonte di emotività in me da diversi mesi.
Oggi, ad esempio, sono bastate poche parole pronunciate da mia madre per far virare questo "non sentire-sentito" verso la tristezza per una perdita piuttosto recente: allora mi sono trovata a ripensare che con un dio da pregare sarebbe stato più facile non sentirmi come un tronco cavo.
Quando credevo non esistava tutto questo. Avevo dentro di me qualcosa di intoccabile, c'era del sale nella mia vita. Non ero l'avanzo insipido di una me nata pietanza buona, promettente. Ero diversa, più viva in una fede che, solo a posteriori, mi sono accorta essere stata avviata come per forza d'inerzia da parte di terzi. C'era un sapore che mi impastava il cuore, anche se artificioso e artificiale.
Alla fine me ne sono comunque nauseata, ma non è stato facile ammetterlo a me stessa.
Ricordo di una figura per me molto importante nell'adolescenza, un professore di religione del liceo, che ci disse della necessità di dover mangiare Dio come se la vita fosse una costante eucarestia vissuta da un'altare: dovevamo averlo in bocca, masticarlo, imparare a tenerlo sotto la lingua come il vino per apprezzarne il sapore, per poi deglutire e farlo nostro. Bisognava mangiare, cibarsi di lui, meglio se in compagnia. Questa suggestione aveva dato il via in me, che ero già nel pieno della mia crisi spirituale, ad una reazione a catena fatta di interrogativi riguardanti il mio rapporto con la fede ed il cibo; tuttavia, non credo ci sia possa essere una stretta connessione tra le due cose, non nel mio caso. Le ragioni della crisi con l'una e con l'altro sono ben distinte. I miei problemi con l'alimentazione sono scaturiti e si sono aggravati per via di approcci erronei e tensioni in ambito famigliare, mentre la mia fede non è mai stata messa in pericolo dai miei, anzi, al contrario, è sempre stata sostenuta. Mia madre ancora adesso non sopporta l'idea che io non vada più in chiesa.
Dopo quasi tre anni da quella lezione in cui ci fu proposta la metafora di un dio-cibo, è avvenuta la mia ultima entrata in una chiesa da credente, l'ultimo sforzo di una parabola discendente: ho sottoposto al mio ex professore, per la prima volta in abiti da prete, uno dei tanti motivi per cui la mia fede è venuta meno. Il dolore. La risposta mi è sembrata incerta, non mi ha fornito i punti fermi che volevo avere. Non c'era un gusto preciso nelle sue parole, neanche il più lontano retrogusto del dio che mi avrebbe potuta far tornare a credere.
Ora che ho lasciato la speranza di trovare quel sapore, vorrei non sentire ciclicamente l'insoddisfazione di doverlo in qualche modo sostituire con altro. Mi basterebbe anche solo che quello di cui mi nutro quotidianamente durasse e persistesse di più. Vorrei saziarmi, ecco. Vorrei ritrovare la fame nel piatto e la pietanza a sorridermi in esso. Vorrei avere la pancia piena e non sentirmene in colpa, il cuore colmo e non avere più dubbi. Mi servirebbe a scongiurare tante paure, ad accettare persino l'esistenza di un dio vero, anche ingiusto. 
Potrei anche leggere una cosa del genere e vederci del senso, mentre invece ora come ora non riesco nemmeno a sposare la posizione (appena accennata) dell'autore di questo articolo, che tocca in qualche modo uno dei punti cruciali del mio non-rapporto con la fede:
http://www.simonenavarra.net/2014/07/in-bianco-e-nero.html
In questa giornata il pensiero della morte è venuto a bussare più volte alla mia mente perchè spinto dalle parole di quelle poche voci che ho ascoltato. Me lo sono portato dentro fino a poco fa, quando ho cenato, sfruttando la voce metallica dentro una telefonata per mangiare e non sentirmi abbandonata - accade tutte le volte che provo a mettermi a tavola. L'ho fatto senza fame, senza appetito ed ora mi sento doppiamente colpevole. Non avrei dovuto forzarmi, per poi finire così.
Quale dio sarebbe in grado di riportare la voglia in uno stomaco e in un cuore che si stringono per il vuoto lasciato da un'assenza? Quale sapore?



1 commento:

  1. Cara Oni,
    mi fa sempre un grande piacere leggere post così profondi, e così sentiti. Certo, l'argomento "Dio" non è dei miei forti, e sai anche qual è la mia posizione a riguardo (molto probabilmente sono state le nostre chiaccherate a stimolare questo post?). Hai detto che un'analogia tra Dio e cibo sia impossibile, perchè da un tuo autostudio analitico, ci sono motivazioni diverse tra l'uno e l'altro. Io non ho potuto fare a meno che pensare alle cosiddette "sante anoressiche", come ad esempio Caterina da Siena, che volle "togliere a questa carne ogni altra carne per quanto ne sia possibile ". Se leggi qualcosa in merito, la stessa Caterina aveva un rapporto molto particolare con la madre (atea). Ma mi fermo qui, perchè sennò potrei continuare a sproloquiare senza alcun motivo, dato che tu stessa hai riconosciuto non esserci alcun legame tra le due entità (Dio-cibo).

    Non ho, purtroppo, nulla di costruttivo da poterti regalare, La tua ricerca di qualcosa in cui credere, a me segnala più una necessità di darsi un senso, una definizione, di capire che allora tutto ciò che è accaduto e che accadrà ha un suo motivo. Quando io penso che un senso ce lo possiamo dare solo noi stessi, perchè siamo noi a vivere questa vita, e non un'entità "altra". Non so, ecco. Magari potremo approfondire meglio il tema con una delle nostre chiaccherate.

    Bel post, sottoscrivo. Bellissimo davvero.

    Un abbraccio forte,
    Val.

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