Ogni volta che torno e guardo quel mobiletto, verde, laccato, avverto una strana morsa alla bocca dello stomaco. Lì dentro trovi sempre troppo, di tutto, nonostante il numero di mani pronte ad aprirlo restino meno numerose di quanto un tale accumulo di cibo potrebbe lasciar pensare. I biscotti di mia madre, tanti, di tipi diversi, sempre mangiati di nascosto, quando mi allontanavo dalla cucina dopo cena; il pane e i dolciumi di mio padre, divorati a tavola col sottofondo distratto del telegiornale. Calorie, zuccheri e grassi per lenire il cuore ed edulcorare la frustrazione.
La stessa stanza, con le sue superfici riflettenti, chiare e scure, mi sembra un luogo troppo razionale e simmetrico per poter farsi scenario di qualcosa di spiacevole. Invece lo è stato. Il fondale per le liti migliori in famiglia, per i fallimenti più grandi durante i giorni di digiuno, per la nascita di tutti i problemi, è la cucina. Quanto l'ho odiata. Se ci passo davanti mi vedo ancora lì, al tavolo, tra due che se ne dicono di tutti colori, oppure davanti a quel maledetto sportellino verde a cercare qualcosa per mettere a tacere bocca e stomaco, altrimenti seduta sul termosifone ad addentare un limone con cui fare un dispetto alla lingua.
La casa dei miei genitori continua a darmi abbracci freddi, estranei, con tutta la sua luce bianca. La sola eccezione resta la mia cameretta, che non è molto diversa da quella del monolocale in cui mi sono trasferita da due anni a questa parte: finestra a ovest, sul lato corto, così che la luce arrivi sulla scrivania accanto; tre armadi bianchi, alti tutta la parete, ed un letto attaccato al muro per il lungo. L'unica cosa che le distingue, sostanzialmente, è il colore dominante: il rosso in quella della mia infanzia e adolescenza, il blu per quella della maturità; credo resti l'unica stanza che baratterei e porterei nella mia nuova tana, a dire il vero.
Il resto, lo confinerei tutto in quegli scomparti della resa e della sconfitta, con i sapori dolci ed i sensi di colpa annessi. Salderei tutto e chiuderei le voci, i rumori ed i mostri che si nascondono agli angoli della cucina. Salverei il mio mondo, liberandolo dalle briciole.
Quando mi sono spinta sotto il porticato, all'ombra, con i suoni del corso principale alle mie spalle, mi è sembrato di rintanarmi in un nascondiglio segreto. Non è il portone che ho sempre visto, è esattamente a fianco: una porticciola di legno, un po' datata. Ho suonato e sono salita. Una rampa di scale strette, i gradini leggermente asimmetrici, un'umidità che in questi giorni è quasi amica.
Esercita nello stesso condominio dove abita. Lo studio è piccolino, un'atmosfera quasi naive. Mi ha fatta sedere alla scrivania, sorridendomi; ci siamo sedute l'una di fronte all'altra, occhi negli occhi, cosa che mi ha fatto subito tornare alla mente il primo studio in cui ero entrata, poco più di un anno fa: in quell'occasione c'erano due poltroncine che guardavano entrambe verso la finestra, perciò era più facile fuggire gli sguardi. Ha anche lei gli occhi azzurri, come la prima psicologa cui mi rivolsi. Biondina, un'aria rilassata, abbigliamento informale. Mi aveva accolta a casa sua, si vedeva. Qualche parola di circostanza, poi, carta e penna davanti a sè, mi ha fatta iniziare.
E' andata meglio di quanto mi aspettassi, l'ho avvertita complice: commentava, mi chiedeva spiegazioni costantemente. Ho prima spiegato le ragioni che mi hanno portata a scegliere di tornare alle sedute, quelle dell'ultimo periodo, poi, col suo aiuto, ho aggiunto i tasselli principali al mosaico della mia vita. La malattia, la famiglia, i problemi col cibo, le sensazioni che ho dentro. Nonostante prendesse nota, non mi ha mai lasciata parlare a vuoto; il mio occhio di tanto in tanto tornava al suo foglio ed è stato così che ho notato come il termine controllo si sia meritato una freccia e uno spazio tutto suo. Penso di averle fornito gli elementi sufficienti per costruire una prima impalcatura della mia persona, anche se ovviamente non ho fatto in tempo a dirle tutto.
Prima di congedarmi ha voluto consultare davanti a me un volume di psicosomatica: è arrivata alla leucemia ed ha letto ad alta voce. Allora, per la prima volta, è sceso il silenzio. Ho incassato le spalle un attimo, ho fatto cenno di scusarmi portando una mano alla bocca ed ho chiuso gli occhi. Mi ha dato una stilettata, con tre parole perse in una lunga frase: scoraggiamento, lotta e ingiustizia.
In quel momento ho capito il perchè dei fazzoletti di carta così vicini al mio lato della scrivania.
Fine giornata, fine dei giochi. Mi raddrizzo e appoggio la schiena alla sedia, poi asservo il campo minato davanti a me.
Ce ne sono nove sul tavolo, nove tra volumi spaccaschiena e libercoli. Due terzi per il dovere ed il lasciapassare per un periodo di pausa dallo studio, un terzo per la salvezza.
Pochi giorni fa ho ricevuto i libri di un'autrice che seguo da qualche annetto: Elena Mearini. Avere le sue parole così vibranti e vive accanto alle nozioni di cui mi imbottisco mi fa sembrare la mia scrivania meno piccola e insulsa; ho riletto tutte le sue poesie su carta, finalmente, ed ho anche avuto modo di affondare gli occhi tra le righe del suo secondo romanzo. Se solo fossero commestibili, mangerei quelle pagine: vorrei farle mie nel profondo, tenermele dentro e investirle, consumarle a lungo termine. Devo andare a rivederle spesso, in modo particolare in questi giorni.
Sopra la prima raccolta di poesie di Elena ho posato una risma di fogli che si ribellano alla rilegatura: sono altre poesie, ma stavolta clandestine, mai pubblicate. Mi sono state consigliate dall'editor e scrittore incrociato per caso in rete: l'ultimo pegno prima di concludere la nostra corrispondenza, che si stava già arenando da qualche settimana. Non conoscevo Eliana Manca, lo ammetto. Trovo sia un peccato non voglia scrivere di professione, sono sicura che potrebbe regalare tanto; meno asciutta e spigolosa rispetto alla Mearini, tuttavia non mi è dispiaciuta affatto.
In mezzo a tutta questa manna creativa, c'è anche un bigliettino, scritto a mano e di getto dalla sottoscritta. Un nome e un numero, visto per strada, ripescato in rete. Una psicologa. Sì, ci provo, alla fine. E' qui vicina, mercoledì ci vado. Vorrei tanto presentarmi facendole leggere una poesia della Mearini che mi ronza in testa da quando l'ho letta: è una di quelle che mi ricordo meglio, che mi torna in mente più frequentemente, dato che l'associo ad una persona in particolare. Forse è da lì che devo iniziare a sbrogliare la matassa.
Di sicuro è un nodo che dovrò sciogliere.
SENZAMADRE
Ti strappi quando mi guardi,
butti ovatta dalle rughe,
rompi il vetro che hai negli occhi,
bambola di pezza tu ciondoli le braccia,
perdi il ciuccio dalla bocca,
strilli la tua fame fino a stordire la mia lingua.
Torno a scrivere ora che una pausa dallo studio ha aperto le porte di una serata intrisa di noia e malinconia. La compagnia su cui posso fare affidamento per riallacciare i contatti col mondo si è definitivamente sciolta per il periodo estivo/d'esami ieri sera: saluti e baci da portarsi dietro e farsi bastare fino ad ottobre. Posso contare su una sola ragazza ormai, che vivendo con la sua famiglia non può fare quello che le pare come me, che vivo sola; so già che mi sentirò oppressa nei prossimi giorni, che avendo meno vie di fuga e avvertendo la pressione crescente degli esami finirò per stare peggio. Spero solo di non finire sul fondo quando invece dovrei almeno galleggiare, considerato il periodo.
Proprio stasera mi sono trovata a riflettere sul fatto che raggiungo sempre più difficilmente uno stato di euforia e felicità con le mie sole forze e che spesso neanche gli interventi esterni riescono a smuovere molto. Eccolo di nuovo, il mio tema ricorrente: l'estraneità da me stessa e da chi mi circonda, mischiata al senso di colpa e al latente sentore di una mia inadeguatezza inconfessa. Saranno dispercezioni, ma restano comunque la principale fonte di emotività in me da diversi mesi.
Oggi, ad esempio, sono bastate poche parole pronunciate da mia madre per far virare questo "non sentire-sentito" verso la tristezza per una perdita piuttosto recente: allora mi sono trovata a ripensare che con un dio da pregare sarebbe stato più facile non sentirmi come un tronco cavo.
Quando credevo non esistava tutto questo. Avevo dentro di me qualcosa di intoccabile, c'era del sale nella mia vita. Non ero l'avanzo insipido di una me nata pietanza buona, promettente. Ero diversa, più viva in una fede che, solo a posteriori, mi sono accorta essere stata avviata come per forza d'inerzia da parte di terzi. C'era un sapore che mi impastava il cuore, anche se artificioso e artificiale.
Alla fine me ne sono comunque nauseata, ma non è stato facile ammetterlo a me stessa.
Ricordo di una figura per me molto importante nell'adolescenza, un professore di religione del liceo, che ci disse della necessità di dover mangiare Dio come se la vita fosse una costante eucarestia vissuta da un'altare: dovevamo averlo in bocca, masticarlo, imparare a tenerlo sotto la lingua come il vino per apprezzarne il sapore, per poi deglutire e farlo nostro. Bisognava mangiare, cibarsi di lui, meglio se in compagnia. Questa suggestione aveva dato il via in me, che ero già nel pieno della mia crisi spirituale, ad una reazione a catena fatta di interrogativi riguardanti il mio rapporto con la fede ed il cibo; tuttavia, non credo ci sia possa essere una stretta connessione tra le due cose, non nel mio caso. Le ragioni della crisi con l'una e con l'altro sono ben distinte. I miei problemi con l'alimentazione sono scaturiti e si sono aggravati per via di approcci erronei e tensioni in ambito famigliare, mentre la mia fede non è mai stata messa in pericolo dai miei, anzi, al contrario, è sempre stata sostenuta. Mia madre ancora adesso non sopporta l'idea che io non vada più in chiesa.
Dopo quasi tre anni da quella lezione in cui ci fu proposta la metafora di un dio-cibo, è avvenuta la mia ultima entrata in una chiesa da credente, l'ultimo sforzo di una parabola discendente: ho sottoposto al mio ex professore, per la prima volta in abiti da prete, uno dei tanti motivi per cui la mia fede è venuta meno. Il dolore. La risposta mi è sembrata incerta, non mi ha fornito i punti fermi che volevo avere. Non c'era un gusto preciso nelle sue parole, neanche il più lontano retrogusto del dio che mi avrebbe potuta far tornare a credere.
Ora che ho lasciato la speranza di trovare quel sapore, vorrei non sentire ciclicamente l'insoddisfazione di doverlo in qualche modo sostituire con altro. Mi basterebbe anche solo che quello di cui mi nutro quotidianamente durasse e persistesse di più. Vorrei saziarmi, ecco. Vorrei ritrovare la fame nel piatto e la pietanza a sorridermi in esso. Vorrei avere la pancia piena e non sentirmene in colpa, il cuore colmo e non avere più dubbi. Mi servirebbe a scongiurare tante paure, ad accettare persino l'esistenza di un dio vero, anche ingiusto.
Potrei anche leggere una cosa del genere e vederci del senso, mentre invece ora come ora non riesco nemmeno a sposare la posizione (appena accennata) dell'autore di questo articolo, che tocca in qualche modo uno dei punti cruciali del mio non-rapporto con la fede:
In questa giornata il pensiero della morte è venuto a bussare più volte alla mia mente perchè spinto dalle parole di quelle poche voci che ho ascoltato. Me lo sono portato dentro fino a poco fa, quando ho cenato, sfruttando la voce metallica dentro una telefonata per mangiare e non sentirmi abbandonata - accade tutte le volte che provo a mettermi a tavola. L'ho fatto senza fame, senza appetito ed ora mi sento doppiamente colpevole. Non avrei dovuto forzarmi, per poi finire così.
Quale dio sarebbe in grado di riportare la voglia in uno stomaco e in un cuore che si stringono per il vuoto lasciato da un'assenza? Quale sapore?