Quando mi sono spinta sotto il porticato, all'ombra, con i suoni del corso principale alle mie spalle, mi è sembrato di rintanarmi in un nascondiglio segreto. Non è il portone che ho sempre visto, è esattamente a fianco: una porticciola di legno, un po' datata. Ho suonato e sono salita. Una rampa di scale strette, i gradini leggermente asimmetrici, un'umidità che in questi giorni è quasi amica.
Esercita nello stesso condominio dove abita. Lo studio è piccolino, un'atmosfera quasi naive. Mi ha fatta sedere alla scrivania, sorridendomi; ci siamo sedute l'una di fronte all'altra, occhi negli occhi, cosa che mi ha fatto subito tornare alla mente il primo studio in cui ero entrata, poco più di un anno fa: in quell'occasione c'erano due poltroncine che guardavano entrambe verso la finestra, perciò era più facile fuggire gli sguardi. Ha anche lei gli occhi azzurri, come la prima psicologa cui mi rivolsi. Biondina, un'aria rilassata, abbigliamento informale. Mi aveva accolta a casa sua, si vedeva. Qualche parola di circostanza, poi, carta e penna davanti a sè, mi ha fatta iniziare.
E' andata meglio di quanto mi aspettassi, l'ho avvertita complice: commentava, mi chiedeva spiegazioni costantemente. Ho prima spiegato le ragioni che mi hanno portata a scegliere di tornare alle sedute, quelle dell'ultimo periodo, poi, col suo aiuto, ho aggiunto i tasselli principali al mosaico della mia vita. La malattia, la famiglia, i problemi col cibo, le sensazioni che ho dentro. Nonostante prendesse nota, non mi ha mai lasciata parlare a vuoto; il mio occhio di tanto in tanto tornava al suo foglio ed è stato così che ho notato come il termine controllo si sia meritato una freccia e uno spazio tutto suo. Penso di averle fornito gli elementi sufficienti per costruire una prima impalcatura della mia persona, anche se ovviamente non ho fatto in tempo a dirle tutto.
Prima di congedarmi ha voluto consultare davanti a me un volume di psicosomatica: è arrivata alla leucemia ed ha letto ad alta voce. Allora, per la prima volta, è sceso il silenzio. Ho incassato le spalle un attimo, ho fatto cenno di scusarmi portando una mano alla bocca ed ho chiuso gli occhi. Mi ha dato una stilettata, con tre parole perse in una lunga frase: scoraggiamento, lotta e ingiustizia.
In quel momento ho capito il perchè dei fazzoletti di carta così vicini al mio lato della scrivania.
Lunedì ci torno.
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