Fine giornata, fine dei giochi. Mi raddrizzo e appoggio la schiena alla sedia, poi asservo il campo minato davanti a me.
Ce ne sono nove sul tavolo, nove tra volumi spaccaschiena e libercoli. Due terzi per il dovere ed il lasciapassare per un periodo di pausa dallo studio, un terzo per la salvezza.
Pochi giorni fa ho ricevuto i libri di un'autrice che seguo da qualche annetto: Elena Mearini. Avere le sue parole così vibranti e vive accanto alle nozioni di cui mi imbottisco mi fa sembrare la mia scrivania meno piccola e insulsa; ho riletto tutte le sue poesie su carta, finalmente, ed ho anche avuto modo di affondare gli occhi tra le righe del suo secondo romanzo. Se solo fossero commestibili, mangerei quelle pagine: vorrei farle mie nel profondo, tenermele dentro e investirle, consumarle a lungo termine. Devo andare a rivederle spesso, in modo particolare in questi giorni.
Sopra la prima raccolta di poesie di Elena ho posato una risma di fogli che si ribellano alla rilegatura: sono altre poesie, ma stavolta clandestine, mai pubblicate. Mi sono state consigliate dall'editor e scrittore incrociato per caso in rete: l'ultimo pegno prima di concludere la nostra corrispondenza, che si stava già arenando da qualche settimana. Non conoscevo Eliana Manca, lo ammetto. Trovo sia un peccato non voglia scrivere di professione, sono sicura che potrebbe regalare tanto; meno asciutta e spigolosa rispetto alla Mearini, tuttavia non mi è dispiaciuta affatto.
In mezzo a tutta questa manna creativa, c'è anche un bigliettino, scritto a mano e di getto dalla sottoscritta. Un nome e un numero, visto per strada, ripescato in rete. Una psicologa. Sì, ci provo, alla fine. E' qui vicina, mercoledì ci vado. Vorrei tanto presentarmi facendole leggere una poesia della Mearini che mi ronza in testa da quando l'ho letta: è una di quelle che mi ricordo meglio, che mi torna in mente più frequentemente, dato che l'associo ad una persona in particolare. Forse è da lì che devo iniziare a sbrogliare la matassa.
Di sicuro è un nodo che dovrò sciogliere.
SENZAMADRE
Ti strappi quando mi guardi,
butti ovatta dalle rughe,
rompi il vetro che hai negli occhi,
bambola di pezza tu ciondoli le braccia,
perdi il ciuccio dalla bocca,
strilli la tua fame fino a stordire la mia lingua.
Mi vuoi zitta e tonta,
da non poterti versare una parola nel brodo,
nè un pensiero nel latte.
Ti vedo,
donna centenaria e poppante.
Così vecchia di scodella e minestra,
così giovane di biberon e pappa,
confondi il numero degli anni.
A volte ti conto nonna, altre mi risulti figlia.
Vorrei che per una volta,
la tua somma mi desse Madre.