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lunedì 14 luglio 2014

(Tre libri)^2

Fine giornata, fine dei giochi. Mi raddrizzo e appoggio la schiena alla sedia, poi asservo il campo minato davanti a me.
Ce ne sono nove sul tavolo, nove tra volumi spaccaschiena e libercoli. Due terzi per il dovere ed il lasciapassare per un periodo di pausa dallo studio, un terzo per la salvezza.
Pochi giorni fa ho ricevuto i libri di un'autrice che seguo da qualche annetto: Elena Mearini. Avere le sue parole così vibranti e vive accanto alle nozioni di cui mi imbottisco mi fa sembrare la mia scrivania meno piccola e insulsa; ho riletto tutte le sue poesie su carta, finalmente, ed ho anche avuto modo di affondare gli occhi tra le righe del suo secondo romanzo. Se solo fossero commestibili, mangerei quelle pagine: vorrei farle mie nel profondo, tenermele dentro e investirle, consumarle a lungo termine. Devo andare a rivederle spesso, in modo particolare in questi giorni.
Sopra la prima raccolta di poesie di Elena ho posato una risma di fogli che si ribellano alla rilegatura: sono altre poesie, ma stavolta clandestine, mai pubblicate. Mi sono state consigliate dall'editor e scrittore incrociato per caso in rete: l'ultimo pegno prima di concludere la nostra corrispondenza, che si stava già arenando da qualche settimana. Non conoscevo Eliana Manca, lo ammetto. Trovo sia un peccato non voglia scrivere di professione, sono sicura che potrebbe regalare tanto; meno asciutta e spigolosa rispetto alla Mearini, tuttavia non mi è dispiaciuta affatto.
In mezzo a tutta questa manna creativa, c'è anche un bigliettino, scritto a mano e di getto dalla sottoscritta. Un nome e un numero, visto per strada, ripescato in rete. Una psicologa. Sì, ci provo, alla fine. E' qui vicina, mercoledì ci vado. Vorrei tanto presentarmi facendole leggere una poesia della Mearini che mi ronza in testa da quando l'ho letta: è una di quelle che mi ricordo meglio, che mi torna in mente più frequentemente, dato che l'associo ad una persona in particolare. Forse è da lì che devo iniziare a sbrogliare la matassa.
Di sicuro è un nodo che dovrò sciogliere.



SENZAMADRE

Ti strappi quando mi guardi,
butti ovatta dalle rughe,
rompi il vetro che hai negli occhi,

bambola di pezza tu ciondoli le braccia,
perdi il ciuccio dalla bocca,
strilli la tua fame fino a stordire la mia lingua.

Mi vuoi zitta e tonta,
da non poterti versare una parola nel brodo,
nè un pensiero nel latte.

Ti vedo,
donna centenaria e poppante.
Così vecchia di scodella e minestra,
così giovane di biberon e pappa,
confondi il numero degli anni.
A volte ti conto nonna, altre mi risulti figlia.

Vorrei che per una volta,
la tua somma mi desse Madre.






sabato 5 luglio 2014

Il sapore di Dio

Torno a scrivere ora che una pausa dallo studio ha aperto le porte di una serata intrisa di noia e malinconia. La compagnia su cui posso fare affidamento per riallacciare i contatti col mondo si è definitivamente sciolta per il periodo estivo/d'esami ieri sera: saluti e baci da portarsi dietro e farsi bastare fino ad ottobre. Posso contare su una sola ragazza ormai, che vivendo con la sua famiglia non può fare quello che le pare come me, che vivo sola; so già che mi sentirò oppressa nei prossimi giorni, che avendo meno vie di fuga e avvertendo la pressione crescente degli esami finirò per stare peggio. Spero solo di non finire sul fondo quando invece dovrei almeno galleggiare, considerato il periodo. 
Proprio stasera mi sono trovata a riflettere sul fatto che raggiungo sempre più difficilmente uno stato di euforia e felicità con le mie sole forze e che spesso neanche gli interventi esterni riescono a smuovere molto. Eccolo di nuovo, il mio tema ricorrente: l'estraneità da me stessa e da chi mi circonda, mischiata al senso di colpa e al latente sentore di una mia inadeguatezza inconfessa. Saranno dispercezioni, ma restano comunque la principale fonte di emotività in me da diversi mesi.
Oggi, ad esempio, sono bastate poche parole pronunciate da mia madre per far virare questo "non sentire-sentito" verso la tristezza per una perdita piuttosto recente: allora mi sono trovata a ripensare che con un dio da pregare sarebbe stato più facile non sentirmi come un tronco cavo.
Quando credevo non esistava tutto questo. Avevo dentro di me qualcosa di intoccabile, c'era del sale nella mia vita. Non ero l'avanzo insipido di una me nata pietanza buona, promettente. Ero diversa, più viva in una fede che, solo a posteriori, mi sono accorta essere stata avviata come per forza d'inerzia da parte di terzi. C'era un sapore che mi impastava il cuore, anche se artificioso e artificiale.
Alla fine me ne sono comunque nauseata, ma non è stato facile ammetterlo a me stessa.
Ricordo di una figura per me molto importante nell'adolescenza, un professore di religione del liceo, che ci disse della necessità di dover mangiare Dio come se la vita fosse una costante eucarestia vissuta da un'altare: dovevamo averlo in bocca, masticarlo, imparare a tenerlo sotto la lingua come il vino per apprezzarne il sapore, per poi deglutire e farlo nostro. Bisognava mangiare, cibarsi di lui, meglio se in compagnia. Questa suggestione aveva dato il via in me, che ero già nel pieno della mia crisi spirituale, ad una reazione a catena fatta di interrogativi riguardanti il mio rapporto con la fede ed il cibo; tuttavia, non credo ci sia possa essere una stretta connessione tra le due cose, non nel mio caso. Le ragioni della crisi con l'una e con l'altro sono ben distinte. I miei problemi con l'alimentazione sono scaturiti e si sono aggravati per via di approcci erronei e tensioni in ambito famigliare, mentre la mia fede non è mai stata messa in pericolo dai miei, anzi, al contrario, è sempre stata sostenuta. Mia madre ancora adesso non sopporta l'idea che io non vada più in chiesa.
Dopo quasi tre anni da quella lezione in cui ci fu proposta la metafora di un dio-cibo, è avvenuta la mia ultima entrata in una chiesa da credente, l'ultimo sforzo di una parabola discendente: ho sottoposto al mio ex professore, per la prima volta in abiti da prete, uno dei tanti motivi per cui la mia fede è venuta meno. Il dolore. La risposta mi è sembrata incerta, non mi ha fornito i punti fermi che volevo avere. Non c'era un gusto preciso nelle sue parole, neanche il più lontano retrogusto del dio che mi avrebbe potuta far tornare a credere.
Ora che ho lasciato la speranza di trovare quel sapore, vorrei non sentire ciclicamente l'insoddisfazione di doverlo in qualche modo sostituire con altro. Mi basterebbe anche solo che quello di cui mi nutro quotidianamente durasse e persistesse di più. Vorrei saziarmi, ecco. Vorrei ritrovare la fame nel piatto e la pietanza a sorridermi in esso. Vorrei avere la pancia piena e non sentirmene in colpa, il cuore colmo e non avere più dubbi. Mi servirebbe a scongiurare tante paure, ad accettare persino l'esistenza di un dio vero, anche ingiusto. 
Potrei anche leggere una cosa del genere e vederci del senso, mentre invece ora come ora non riesco nemmeno a sposare la posizione (appena accennata) dell'autore di questo articolo, che tocca in qualche modo uno dei punti cruciali del mio non-rapporto con la fede:
http://www.simonenavarra.net/2014/07/in-bianco-e-nero.html
In questa giornata il pensiero della morte è venuto a bussare più volte alla mia mente perchè spinto dalle parole di quelle poche voci che ho ascoltato. Me lo sono portato dentro fino a poco fa, quando ho cenato, sfruttando la voce metallica dentro una telefonata per mangiare e non sentirmi abbandonata - accade tutte le volte che provo a mettermi a tavola. L'ho fatto senza fame, senza appetito ed ora mi sento doppiamente colpevole. Non avrei dovuto forzarmi, per poi finire così.
Quale dio sarebbe in grado di riportare la voglia in uno stomaco e in un cuore che si stringono per il vuoto lasciato da un'assenza? Quale sapore?



giovedì 29 maggio 2014

Fiori e legno

Quando mi sono vista porgere il mazzo di fiori, così grande, così colorato, sono tornata bambina. L'unica vera sorpresa della serata. Ho ringraziato prima la cameriera, che non sapeva da che parte posare tutti quegli steli, e poi ho fatto passare gli occhi sui miei, sorridendo. Ho sempre odiato le ricorrenze, come i compleanni e le feste comandate, per via delle cene ingessate che ci vedevano sederci allo stesso tavolo una o due volte l'anno per fingerci una famiglia; mio padre ci ha sempre tenuto molto e mia madre ha spesso e volentieri contribuito a rendere quel teatrino grottesco la prima di una tragedia. Non ho buoni ricordi dei pasti in pubblico con loro fino a tre, quattro anni fa, quando le cose tra i miei hanno iniziato a spiaggiarsi sulle rive della rassegnazione e del menefreghismo reciproco (è stato un bene). Il 24, il giorno del mio compleanno, abbiamo cenato insieme e per la prima volta in tutta la mia vita mi è sembrato migliore. Mai percepita la famiglia in noi tre, ci ho sempre visti come individui troppo diversi e lontani tra loro, ma quel giorno mi è parso che ci riunissimo straordinariamente in nome del rispetto di un rito, desiderosi di portarlo a termine il più dignitosamente possibile. Ovviamente ho riscontrato le due costanti di sempre: mia madre che faceva commenti che non c'entravano molto, che le regalavano la parte della sciocchina della situazione (come se una volta perso il copione della rabbia e della gelosia verso mio padre non riuscisse ad improvvisare decentemente) e mio padre che parlava di lui, di quello che aveva visto o fatto negli ultimi tempi (mesi, anni, chi può dirlo), senza dare una cornice, senza pronunciare dei nomi precisi, proprio perchè la sua vita poco ha a che fare con la nostra ed è di sicuro più facile donare qualche accenno per levarsi d'impiccio dall'imbarazzo e non suscitare domande moleste da parte di mia madre. L'altro progresso della serata è stato portato a casa dalla sottoscritta, che si è sforzata il più possibile di far continuare mio padre per far sì che non calasse il silenzio - anche se è successo lo stesso tre o quattro volte durante la cena - e si mettesse alla luce il fatto che al tavolo non c'erano argomenti da poter condividere o far interessare davvero tutti e tre. Ho fatto domande, commenti che potessero ravvivare la fiamma. La brace è sopravvissuta fino alla fine e nessuno si è fatto male. 
Non ho parlato ad A. del mio ritorno a casa o sarei stata obbligata a vederlo: so che non ci vedremo molto nel prossimo mese per via dei miei esami, eppure non credo che incontrandoci cambierebbe qualcosa. Non mi manca e so che non è un buon segno. Proverò ad aspettare ancora. Non sono sicura di aver seminato con la convinzione di ricevere fiori da questo rapporto, non so nemmeno se in questo momento, considerate le mie ultime sensazioni, siano necessari; forse mi sto portando addosso il peso di un tronco e non di uno stelo. Proverò ad accendere un fuoco, quando inizierò a  non soppportare più il freddo.



"No one can hear their sos
but could someone ever care less
of those two flowers grown in frozen grass?"

Sono estremamente legata a questa canzone dei Novembre. E' una delle mie preferite. Ha scandito il periodo più burrascoso con i miei discordini alimentari e la fase più intensa del mio amore con L. Mi fa sempre bene risentirla: assume di volta in volta significati diversi, più profondi.


"It's no wonder I've felt so tired:
I've witnessed the careless all running pass me,
while I've been told to ignore my desires
and grow numb with understanding."

E dopo essermi ricordata di queste cose, non posso tralasciare un altro gruppo che è stato la colonna sonora di molte delle mie giornate: i Woods of Ypres. Tralascio la rabbia delle loro prime canzoni con cui mi sono corroborata qualche anno fa e vi lascio una di quelle che io considero una perla.
Questi due gruppi hanno dato voce e suono al mio cuore per troppo tempo: non potrei mai stancarmi di ascoltarli.

venerdì 16 maggio 2014

Le ombre di Maggio

Era inevitabile, lo sapevo e l'avevo anche anticipato. La mia assenza è dovuta principalmente allo studio e al non potere (e volere) abdicare a quel poco di vita sociale che mi resta quando chiudo i libri.
Che cosa ha fatto la cacciatrice di aurore in queste ultime settimane? Nulla di diverso da quello che fa da due mesi a questa parte, fondamentalmente. L'unica novità, se così si può dire, è il ritorno della frenesia notturna, accompagnato all'abuso di taurina e cafferina per riportarmi in pari con l'orologio del mondo fuori dalla porta di casa. Mi animo di notte, mi risveglio, è più forte di me.
I rapporti affettivi che dovrebbero essere coordinate sulla mappa della mia esistenza hanno la consistenza degli stuzzicadenti e come tali mi pungono il cuore. Guardo mia madre e provo compassione per entrambe, nel sapere che io non la sento vicino a me quanto lei - credo - vorrebbe; mio padre è una maciata di secondi che non raggiunge il minuto sul display del mio cellulare, un ripetersi meccanico e insipido di frasi che sanno di amore atrofico; A. è un abbraccio che non mi manca a distanza di giorni, un sorriso che forzo sulla bocca per paura di dire la verità. Persino il cibo che cerco continua a sapere di surgelato, di artefatto, di bisogno posticcio, eppure in questa misura non mi disturba. Mi piacerebbe che l'insipidezza dei miei pasti restasse prigioniera del cerchio bianco del piatto, senza sconfinare nella mia vita rendendola una minestra annacquata. L'attesa di questi ventun anni di vita si colora di grigio, mentre io spero sempre nel dirompere del verde, nello sbocciare del rosso.
Vivere nell'ombra forse non è quello per cui sono nata, ma non riesco ad appagarmi delle luci più a me vicine, che sembrano fredde, estranee; se non fosse per quelle poche amicizie universitarie in mezzo ad un mare di conoscenze inutili, potrei dire di essermi di nuovo persa: grazie a pochi sprazzi chiari riesco a mantenere fissa la direzione verso cui procedo, vincendo sulla voglia di guardami indietro e di arrendermi allo scuro.
Curiosamente, negli ultimi giorni sono incappata in qualcuno che, nella grandezza della ragnatela virtuale, pensa che io possa essere in grado di essere un piccolo sprazzo di luce: uno scrittore professionista. In quasi dieci anni di rapporti con il macrocosmo di internet, passati a bazzicare forum, siti di scrittura o musica e playbychat nei momenti di noia profonda, posso dire di aver salvato solo una persona tra tante, G., un ragazzo che un giorno mi piacerebbe incontrare: sono quasi passati otto anni dal nostro primo contatto, eppure sento che non è ancora arrivato il momento di consolidare un'amicizia con lui. Vorrei tornassimo a cercarci assiduamente come i primi tempi, cosa che da un paio di annetti a questa parte succede sempre di meno - che sia il presagio della morte di un'altra stella lontana? Chi lo sa. La cosa che mi colpisce di quest'ultimo "corrispondente virtuale" - io li ho sempre chiamati così - è il suo modo d'interazione: da ottimo lettore, di animi e non, si espone poco, sebbene lasci intendere l'esigenza di sfogarsi. E' stato lui a lasciarmi il suo contatto, intimandomi di scrivergli se ne avessi avuto piacere, perchè lui per indole non l'avrebbe fatto. Dopo le prime volte due volte, ho notato un sensibile cambiamento, un progressivo lasciarsi andare, che tuttavia si arresta puntualmente ogni qual volta si rende conto di essere sotto i riflettori. Si nasconde dietro uno pseudonimo che si trascina dietro numerose pagine, interviste, discussioni su svariati forum nel mare di internet: grazie a quello sono risalita alle sue opere, ho acquistato il suo primo (e per ora ultimo) romanzo e l'ho letto tutto d'un fiato. Mi è servito a capire ancora di più quanto non riesca a dire apertamente, per il momento. E' come se reprimesse una sua profonda necessità, giustificandola con il bisogno di trovare un confronto/scontro produttivo con l'altro, ponendolo al centro il più possibile. Sento della sofferenza repressa, che gratta sulla sue frasi, che vuole uscire, ma che trova barriere troppo dure per essere infrante.
Strana la rete, bizzarra. Espone alla luce l'ignoranza più crassa ma sa nascondere nei piccoli anfratti delle chat il buio della vita.



"Apart from the others I walk a path that has been forsaken by the sun."