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giovedì 29 maggio 2014

Fiori e legno

Quando mi sono vista porgere il mazzo di fiori, così grande, così colorato, sono tornata bambina. L'unica vera sorpresa della serata. Ho ringraziato prima la cameriera, che non sapeva da che parte posare tutti quegli steli, e poi ho fatto passare gli occhi sui miei, sorridendo. Ho sempre odiato le ricorrenze, come i compleanni e le feste comandate, per via delle cene ingessate che ci vedevano sederci allo stesso tavolo una o due volte l'anno per fingerci una famiglia; mio padre ci ha sempre tenuto molto e mia madre ha spesso e volentieri contribuito a rendere quel teatrino grottesco la prima di una tragedia. Non ho buoni ricordi dei pasti in pubblico con loro fino a tre, quattro anni fa, quando le cose tra i miei hanno iniziato a spiaggiarsi sulle rive della rassegnazione e del menefreghismo reciproco (è stato un bene). Il 24, il giorno del mio compleanno, abbiamo cenato insieme e per la prima volta in tutta la mia vita mi è sembrato migliore. Mai percepita la famiglia in noi tre, ci ho sempre visti come individui troppo diversi e lontani tra loro, ma quel giorno mi è parso che ci riunissimo straordinariamente in nome del rispetto di un rito, desiderosi di portarlo a termine il più dignitosamente possibile. Ovviamente ho riscontrato le due costanti di sempre: mia madre che faceva commenti che non c'entravano molto, che le regalavano la parte della sciocchina della situazione (come se una volta perso il copione della rabbia e della gelosia verso mio padre non riuscisse ad improvvisare decentemente) e mio padre che parlava di lui, di quello che aveva visto o fatto negli ultimi tempi (mesi, anni, chi può dirlo), senza dare una cornice, senza pronunciare dei nomi precisi, proprio perchè la sua vita poco ha a che fare con la nostra ed è di sicuro più facile donare qualche accenno per levarsi d'impiccio dall'imbarazzo e non suscitare domande moleste da parte di mia madre. L'altro progresso della serata è stato portato a casa dalla sottoscritta, che si è sforzata il più possibile di far continuare mio padre per far sì che non calasse il silenzio - anche se è successo lo stesso tre o quattro volte durante la cena - e si mettesse alla luce il fatto che al tavolo non c'erano argomenti da poter condividere o far interessare davvero tutti e tre. Ho fatto domande, commenti che potessero ravvivare la fiamma. La brace è sopravvissuta fino alla fine e nessuno si è fatto male. 
Non ho parlato ad A. del mio ritorno a casa o sarei stata obbligata a vederlo: so che non ci vedremo molto nel prossimo mese per via dei miei esami, eppure non credo che incontrandoci cambierebbe qualcosa. Non mi manca e so che non è un buon segno. Proverò ad aspettare ancora. Non sono sicura di aver seminato con la convinzione di ricevere fiori da questo rapporto, non so nemmeno se in questo momento, considerate le mie ultime sensazioni, siano necessari; forse mi sto portando addosso il peso di un tronco e non di uno stelo. Proverò ad accendere un fuoco, quando inizierò a  non soppportare più il freddo.



"No one can hear their sos
but could someone ever care less
of those two flowers grown in frozen grass?"

Sono estremamente legata a questa canzone dei Novembre. E' una delle mie preferite. Ha scandito il periodo più burrascoso con i miei discordini alimentari e la fase più intensa del mio amore con L. Mi fa sempre bene risentirla: assume di volta in volta significati diversi, più profondi.


"It's no wonder I've felt so tired:
I've witnessed the careless all running pass me,
while I've been told to ignore my desires
and grow numb with understanding."

E dopo essermi ricordata di queste cose, non posso tralasciare un altro gruppo che è stato la colonna sonora di molte delle mie giornate: i Woods of Ypres. Tralascio la rabbia delle loro prime canzoni con cui mi sono corroborata qualche anno fa e vi lascio una di quelle che io considero una perla.
Questi due gruppi hanno dato voce e suono al mio cuore per troppo tempo: non potrei mai stancarmi di ascoltarli.

venerdì 16 maggio 2014

Le ombre di Maggio

Era inevitabile, lo sapevo e l'avevo anche anticipato. La mia assenza è dovuta principalmente allo studio e al non potere (e volere) abdicare a quel poco di vita sociale che mi resta quando chiudo i libri.
Che cosa ha fatto la cacciatrice di aurore in queste ultime settimane? Nulla di diverso da quello che fa da due mesi a questa parte, fondamentalmente. L'unica novità, se così si può dire, è il ritorno della frenesia notturna, accompagnato all'abuso di taurina e cafferina per riportarmi in pari con l'orologio del mondo fuori dalla porta di casa. Mi animo di notte, mi risveglio, è più forte di me.
I rapporti affettivi che dovrebbero essere coordinate sulla mappa della mia esistenza hanno la consistenza degli stuzzicadenti e come tali mi pungono il cuore. Guardo mia madre e provo compassione per entrambe, nel sapere che io non la sento vicino a me quanto lei - credo - vorrebbe; mio padre è una maciata di secondi che non raggiunge il minuto sul display del mio cellulare, un ripetersi meccanico e insipido di frasi che sanno di amore atrofico; A. è un abbraccio che non mi manca a distanza di giorni, un sorriso che forzo sulla bocca per paura di dire la verità. Persino il cibo che cerco continua a sapere di surgelato, di artefatto, di bisogno posticcio, eppure in questa misura non mi disturba. Mi piacerebbe che l'insipidezza dei miei pasti restasse prigioniera del cerchio bianco del piatto, senza sconfinare nella mia vita rendendola una minestra annacquata. L'attesa di questi ventun anni di vita si colora di grigio, mentre io spero sempre nel dirompere del verde, nello sbocciare del rosso.
Vivere nell'ombra forse non è quello per cui sono nata, ma non riesco ad appagarmi delle luci più a me vicine, che sembrano fredde, estranee; se non fosse per quelle poche amicizie universitarie in mezzo ad un mare di conoscenze inutili, potrei dire di essermi di nuovo persa: grazie a pochi sprazzi chiari riesco a mantenere fissa la direzione verso cui procedo, vincendo sulla voglia di guardami indietro e di arrendermi allo scuro.
Curiosamente, negli ultimi giorni sono incappata in qualcuno che, nella grandezza della ragnatela virtuale, pensa che io possa essere in grado di essere un piccolo sprazzo di luce: uno scrittore professionista. In quasi dieci anni di rapporti con il macrocosmo di internet, passati a bazzicare forum, siti di scrittura o musica e playbychat nei momenti di noia profonda, posso dire di aver salvato solo una persona tra tante, G., un ragazzo che un giorno mi piacerebbe incontrare: sono quasi passati otto anni dal nostro primo contatto, eppure sento che non è ancora arrivato il momento di consolidare un'amicizia con lui. Vorrei tornassimo a cercarci assiduamente come i primi tempi, cosa che da un paio di annetti a questa parte succede sempre di meno - che sia il presagio della morte di un'altra stella lontana? Chi lo sa. La cosa che mi colpisce di quest'ultimo "corrispondente virtuale" - io li ho sempre chiamati così - è il suo modo d'interazione: da ottimo lettore, di animi e non, si espone poco, sebbene lasci intendere l'esigenza di sfogarsi. E' stato lui a lasciarmi il suo contatto, intimandomi di scrivergli se ne avessi avuto piacere, perchè lui per indole non l'avrebbe fatto. Dopo le prime volte due volte, ho notato un sensibile cambiamento, un progressivo lasciarsi andare, che tuttavia si arresta puntualmente ogni qual volta si rende conto di essere sotto i riflettori. Si nasconde dietro uno pseudonimo che si trascina dietro numerose pagine, interviste, discussioni su svariati forum nel mare di internet: grazie a quello sono risalita alle sue opere, ho acquistato il suo primo (e per ora ultimo) romanzo e l'ho letto tutto d'un fiato. Mi è servito a capire ancora di più quanto non riesca a dire apertamente, per il momento. E' come se reprimesse una sua profonda necessità, giustificandola con il bisogno di trovare un confronto/scontro produttivo con l'altro, ponendolo al centro il più possibile. Sento della sofferenza repressa, che gratta sulla sue frasi, che vuole uscire, ma che trova barriere troppo dure per essere infrante.
Strana la rete, bizzarra. Espone alla luce l'ignoranza più crassa ma sa nascondere nei piccoli anfratti delle chat il buio della vita.



"Apart from the others I walk a path that has been forsaken by the sun."

mercoledì 30 aprile 2014

Under the weather

Tornano le scadenze da rispettare, le sveglie ad orari discutibili, i "No" detti a malincuore. Gli esami si avvicinano ed è tempo di tirare le somme e di stilare programmi di studio, marce forzate tra le righe. Spero solo di non dover chiudere questa piccola finestra virtuale di me, che mi dava un po' di respiro.
Oggi la pioggia mi ha bagnata di un pianto disperato, arrivato tra capo e collo di una mattina di sole e di un pomeriggio ventoso.
Anche questa sera ho mangiato cibo in scatola, in piedi, guardandomi attorno; se lo facessi come una persona normale, seduta a tavola, insieme alla mia famiglia, mi sentirei sempre più a disagio di quanto non lo faccia in queste giornate. Non abito in una reggia, è un monolocale, ma amo questo piccolo mondo. Sta cominciando a mancarmi durante il giorno, durante gli spostamenti: l'anno scorso non accadeva quasi mai, ora invece è una sorta di nostalgia quotidiana.
Ho bisogno di tornare qui dentro, di stare un po' sola con me. Voglio sapere che c'è qualcosa di sicuro ad attendermi, di voluto, sia anche solo una monoporzione di piselli in un barattolo di latta. Ho voglia di sfamarmi quel poco, senza dovermi sentire in colpa. Non capisco perchè mi stia succedendo, forse è solo un voler bilanciare il prossimo periodo, dove avrà poco ancora meno tempo per godermi qualche ora senza nessuno attorno.
E' giusto che sia così?


In Memoria - Blaze of Sorrow

venerdì 18 aprile 2014

Fasi lunari

Ho lacrime da vendita all'ingrosso, da carta assorbente in un rotolo formato famiglia nella casa di un single. Quando me le asciugo ci lascio sopra tutti i buoni propositi di qualche minuti prima: il trucco ben fatto, il sorriso che mi si scioglie in faccia insieme al mascara. Mi lavo con l'acqua di un oceano che non sapevo di essere.
Proprio oggi che dovrei tornare a casa ho iniziato la giornata con una telefonata al vetriolo con mia madre. La sua voce stamattina mi aveva già fatto presagire che sarebbe successo qualcosa di simile: riconosco quel tono come il pescatore riconosce il libeccio. In questi casi, non esiste marea o satellite che possa salvarmi: so che le acque si alzeranno ed io dovrò resistere e tenermi a galla. A volte ci riesco, molte altre no.
Dovrei prendere il treno tra un'ora e non so con che forza mi trascinerò fuori casa, ma devo farlo. Lo faccio per vedere lei, che la sera prima mi dice di sentirsi sola e di non avere nessuno, per poi urlarmi il giorno dopo di non tornare; lo faccio anche per mio padre, che mi dice di tenere sempre il telefono acceso e di chiamarlo per poi parlarmi 25 secondi contati la sera, quando esce da lavoro.
Avrei voglia di rifiondarmi nel letto, dormire sul fondo di un oceano di niente, avvolta in qualche bel sogno. Vorrei una luna che scandisce dei ritmi certi e regolari nella mia vita. Mi dispiace dover mettere che l'unica luce che riesco ad immaginare in grado di darmi i ritmi costanti delle maree sono proprio io. Non penso ci sia nessun'altro che possa farmi da faro, in questo momento della mia vita. Sento l'urlo del mare in tempesta nella testa, l'infrangersi dei flutti tra i pensieri più spigolosi e mi dico che non è giusto che io possa diventare una naufraga per colpa di altri. Dovrei avere la forza di quel disco d'argento, per decidere da sola quando alzare la testa o farmi sommergere.


Elle ouvre sa danse hypnotique, et absorbe mon regard décoloré.